Ospedale~

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/GEN's POV/
Ero stanca e soprattutto assonnata, ma non riuscivo ad addormentarmi. La sveglia segnava le quattro di mattina e io continuavo a voltarmi nel letto, forse spinta dal turbine di pensieri che si attanagliava nella testa. Stava succedendo tutto troppo velocemente e, tutto ciò che avevo programmato di evitare nella mia nuova vita, mi stava piombando addosso come un tornado violento che spazza ogni cosa che incontra, il mio cuore compreso. Sentivo di aver sbagliato nuovamente tutto ed essermi esposta al pericolo come una stupida. Non potevo far altro che prendermela con me stessa e fare i conti con le conseguenze che il mio errore avrebbe inevitabilmente portato. Fino a quando l'appuntamento era stato incentrato su provocazioni e baci, per Dan era filato tutto a gonfie vele. Quando invece le cose si facevano serie cascava tutto, il tempo si fermava e la realtà mi investiva a capofitto: Daniel era quel tipo di uomo che ha continuamente bisogno di essere amato da tutti ma non amerà mai, e dovevo scappare prima che fosse troppo tardi. Quella era la verità.

Mi rigirai nuovamente, affondai le braccia in un cuscino, precisamente quello che sarebbe dovuto essere sotto la testa del mio inesistente partner, e sbuffai. All'improvviso, il mio cellulare cominciò a squillare, nel cuore della notte. Lo avevo lasciato ancora nella borsetta, quindi mi toccava alzarmi. Pensai che se fosse stata Kat a quell'ora, che mi chiamava solamente perché la curiosità di sapere l'esito del mio appuntamento la stava mangiando viva, non glie l'avrei veramente fatta passare liscia. Mi alzai trascinandomi per la stanza, stanca com'ero, fino alla poltrona di fronte al letto, dove avevo lasciato la borsa. Quando però lessi il nome del mittente sul display mi prese un colpo. Gilbert Dubois mi stava cercando alle quattro di mattina. Provai a dire 'pronto' un paio di volte per testare il mio tono di voce, prima di rispondere veramente alla telefonata. Volevo evitare il suono gracchiante, caratteristico di quando ci si è appena svegliati, anche se alle 4 di notte non doveva essere proprio strano che dormissi.

Pronto dissi e mi resi conto che a nulla erano servite le prove di voce, se così si potevano chiamare, perché uscì ugualmente rauca e stridente.

Gen, mi dispiace svegliarti rispose Gil dall'altro capo del telefono. Era affannato e sembrava piuttosto preoccupato. Doveva esser successo qualcosa e il mio primo pensiero andò all'azienda, visto che in fin dei conti eravamo colleghi.

Cos'è successo Gil? Mi stava facendo entrare nel panico e la mia voce lo dimostrava.

Daniel ha fatto un incidente questa notte, è in ospedale, mi sentivo in dovere di avvisarti. Quelle parole uscirono tutte di colpo. Mi aveva chiamato per rispetto, anche se fu palese che non fosse felice di doverlo fare.

Come sta? Mi si stava totalmente annebbiando il cervello, il flusso dei miei pensieri vagava e mi portava ad immaginare le situazioni più pericolose, come succede spesso in questi casi. Soprattutto, cominciavo a sentirmi in colpa, tremendamente, per come mi ero comportata quando Dan era ritornato indietro con l'intento di chiarire, anche se abbiamo finito per aggravare ancora di più la situazione.

Ora è in ospedale, io sono in sala d'attesa. Non è in pericolo di vita ma non sta messo bene. Questa volta il suo tono di voce era freddo e distaccato. Pensai che forse si fosse infastidito per come mi fossi immediatamente preoccupata, ma non era quello il momento di fare scenate di gelosia.

Dove devo venire? Chiesi senza nemmeno aspettare che finisse di parlare. Non mi piaceva che temporeggiasse, dovevo sbrigarmi.

Tu proprio da nessuna parte. Ti vengo a prendere io. Sembrò addirittura fare il duro. Non aveva alcun motivo per comportarsi in quel modo e soprattutto non era a quello che dovevo pensare. Dan era in ospedale, Gil doveva farsi da parte con quel comportamento da quindicenne ingelosito.

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