Capitolo XV

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La donna continuava a piangere e ad emettere singhiozzi sommessi che si trasformarono in vere e proprie urla quando due agenti la portarono via di forza dopo averle ripetutamente chiesto di spostarsi. Le urla più disperate che avessi mai sentito.

L'avevo uccisa. Avevo ucciso una ragazzina di 16 anni col mio sporco egoismo. Come avevo potuto pensare che una ragazza così giovane sarebbe riuscita ad aiutarmi. Le avrei dovuto chiedere di rivolgersi a qualcuno di più grande. No, avrei ucciso anche lui.

Non le avevo sparato io eppure sentivo tra le mani il suo sangue e nella mente la sua voce. Non l'avrei più dimenticata.

Sentivo qualcuno bussare insistentemente su una porta di legno. "Signor Fiorentino apra subito la porta, Polizia di Stato" urlava il poliziotto.
La porta si aprì. Potevo immaginare il ghigno di tranquillità ed innocenza sul un volto che non conoscevo.
«Buongiorno. È successo qualcosa?» chiese il padrone. Aveva un tono di voce tranquillo, di chi è stato appena svegliato da un sonno ristoratore con un gran fracasso.
«Guardi lì» credo indicasse il cadavere di Aurore «che dice? È successo qualcosa?»
«O Signore, povera ragazza. No, non posso guardare. Come è successo?» quelle parole così false e quel tono così preoccupato.
«È quello che stiamo cercando di capire. Signor Fiorentino, lei è da questo momento in stato di fermo ed è sospettato per l'omicidio di Aurore Bernard».
«Posso chiederle come mai?» quel tono di innocenza e incredulità mi dava ai nervi.
«Sappiamo che lei è in possesso di un'arma da fuoco che potrebbe essere l'arma del delitto ed è abbastanza vicino al luogo in cui è avvenuto l'omicidio per entrare nella lista dei sospettati» parlava con un tono piatto, come se quella fosse una cosa di routine, come se annoiasse.
«Ma io sono innocente».

Non ci vidi più. Era colpevole quanto me.

Balzai in piedi e cercai di avvicinarmi il più possibile alla grata ormai chiusa.
«Non è vero» gridai «Sta mentendo! L'ha uccisa lui e tiene prigioniera me da... non ricordo più quanto tempo! Aiutatemi! Arrestatelo! È lui l'assassino! Ha preparato tutto, l'arma del delitto è qui, non la troverete in casa. Dovete venire qui! Venite qui a salvarmi!»

Stava succedendo di nuovo. Ancora una volta mi ritrovavo egoisticamente a chiedere a qualcuno di salvarmi e rischiare la sua vita. Ancora una volta imploravo aiuto attraverso quella maledetta grata e nessuno mi sentiva. Soffocata da un senso di impotenza caddi sulle ginocchia ed iniziai a piangere.

«Questo lo stabiliremo noi, signor Fiorentini» replicò il poliziotto con una voce diversa, più partecipe.
«Può ricordarmi che pistola ha, signor Fiorentini, e poi mostrarla al mio collega?» la sua voce era tornata annoiata e piatta.
«Una SIG-Sauer P220, prego entri».
«Allora, mi raccomando signor Fiorentini, non si allontani dalla città altrimenti verrà immediatamente emesso un mandato di cattura nei suoi confronti, sono stato chiaro? Ora il collega verrà a controllare l'arma»

Passi lenti. Mormorii. La porta sbatté rumorosamente. Voci di poliziotti che portavano via Aurore. Ultime grida disperate. Auto che sfrecciavano via.

Ancora una volta una sconfitta. Sentivo che non sarei più tornata libera, che non avrei più rivisto Vale, Lia e nessun altro. Che non avrei più assistito ad una lezione all'università, che non avrei più sentito Lia prendere in giro il professore di spagnolo, che non avrei più obbligato Lia a nascondermi da qualche pranzo indesiderato con gli amici di Vale.

Nello stanzone la fioca luce della lampada si accese con dei sordi tic. Non potevo guardarmi in faccia eppure lo sapevo: la speranza nei miei occhi si era definitivamente spenta.

Il mio pensiero tornò ad Aurore. A come l'avevo uccisa e una strana sensazione si impossessò di me: non si uccide mai una sola volta.


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