Capitolo XIV

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La mattina inondava la cameretta di una luce tiepida e rilassante in quel Giovedì d'estate. Erano le 11.27 eppure non avevo alcuna intenzione di alzarmi: la scuola era finalmente finita e io avevo terminato con successo il quarto anno del Liceo Classico.
La sera prima ero rincasata più tardi del solito: la nonna aveva perso la scommessa, avevo avuto un voto alto in greco e quindi avevo avuto il permesso di sforare il coprifuoco per tutta l'estate.

Rimasi nel letto a guardare la stanza tinta di arancione, i libri ordinati sugli scaffali, i peluche sulle mensole, le foto, i poster...

Poco dopo la porta si aprì e fece il suo ingresso la nonna. Era una donnina bassa, aveva lunghi capelli che un tempo erano stati color oro e che ora, invece, si erano trasformati in sottili fili d'argento, sempre legati dietro la nuca. Portava un paio di spessi occhiali rotondi ed il suo viso era sempre sereno e gioioso. Il suo sorriso formava splendide rughette sulle guance morbide e la sua voce tenera era rassicurante come poche.

«Ancora a letto? Cosa aspetti ad alzarti?» esclamò sorpresa.
«Dai nonna, è estate... lasciami riposare ancora un po'».
«E quando avresti intenzione di alzarti? Per cena?».
Esitai per qualche istante: «Facciamo per la colazione di domani mattina» dissi poi rigirandomi nel letto e sistemandomi il lenzuolo.
«Sfaticata! In piedi, su!» ripeteva la nonna tentando di tirarmi via il lenzuolo che mi copriva.

Alla fine cedetti e quando mi alzai erano appena scoccate le 11.32 .

Andai in bagno a fare una doccia rinfrescante e quando uscii dal bagno e tornai in cameretta il letto era già stato rifatto. Accidenti a lei e alla sua mania dell'ordine. Chiusi la porta, mi sfilai l'asciugamano che mi cingeva in petto e sciolsi quello arrotolato a mo' di turbante intorno alla testa per poi asciugarmi con forza i capelli.

Improvvisamente la porta si aprì e ne sbucò fuori la testa del nonno che immediatamente si ritrasse sbattendo la porta.
«Santissimo... Nonno!» gridai.
«Scusa, scusa... che ne potevo sapere io?».
«Non si usa bussare?» replicai.
«Scusami! Ti giuro che non ho visto niente!».
«Nonno!» lo ammonii.

Si scusò un altro paio di volte prima di andarsene.

I capelli erano ancora un po' umidi quando poggiai l'asciugamano bianco sulla sedia della scrivania e mi avvicinai all'armadio per scegliere i vestiti.

Pochi istanti dopo sentii la porta di casa aprirsi.

«Nonno, chi è?» urlai distrattamente, immersa nella moltitudine di vestiti, ma non ebbi nessuna risposta. Non ci feci caso.

Poco dopo la porta si aprì di nuovo. Mi voltai, innervosita, coprendomi con le braccia.

«Non... Fuori!» urlai in faccia all'intruso, anzi agli intrusi. Vale e Paolo erano entrati nella stanza e mi fissavano, ridendo.
«Così sei ancora più bella» sghignazzò Vale.
«Sinceramente di preferisco molto di più così» intervenne Paolo.
«Se non uscite fuori immediatamente vi ammazzo!» li minacciai riparandomi dietro l'anta dell'armadio.

Uscirono lentamente ridacchiando e quando furono usciti corsi a chiuderla a chiave. Poco dopo mi raggiunse la voce di nonna che mi ammoniva: «Santo cielo Seline perché non metti le mutande prima di scegliere i vestiti».
Decisi che era un saggio suggerimento.

Quando uscì dalla camera indossavo uno short di jeans e una t-shirt rosa pesca.
Appena vidi Vale corsi ad abbracciarlo e dopo aver controllato che non ci fossero i nonni in giro lo baciai.
«È presto per i nipotini, andateci piano in casa mia» disse la nonna distrattamente, passando per il salotto.

Mi staccai imbarazzata senza per questo liberarmi dalla dolce presa di Vale. Pensai "Tecnicamente hai già un nipotino e sono io" ma non glielo dissi.

«Cosa ci fate voi due stronzi in casa dei miei nonni un Giovedì di Giugno ad ora di pranzo?» chiesi.
«Pranzo? Per te sarebbe ora di colazione!» affermò Paolo.
«E tu che cazzo ne sai?» chiesi divertita.
«Mea culpa» gridò la nonna dalla cucina. Scoppiammo a ridere.

«Abbiamo telefonato mentre tu eri ancora nel dolce mondo dei sogni per chiederti se potevamo rapirti per questo pomeriggio ma ha risposto tua nonna che ci ha autorizzato a condizione di non riportarti mai più a casa e liberarla di questa sfaticata ragazza che non aiuta per niente» spiegò Vale.
«È tutto vero» esclamò la nonna.
«Nonna! E dove vorreste portarmi?».
«Segreto...» disse maliziosamente Paolo.
«Segreto un cazzo, voglio saperlo altrimenti non mi muovo di qui.

Paolo mi afferrò per la vita, avvicinò il volto al mio e con tono grave mi disse: «Tu fai quello che ti diciamo noi... Siamo i tuoi padroni».

Lo presi per uno scherzo e risi...

Mi svegliai di soprassalto, disturbata dal rumore delle sirene della polizia. Ci era voluta qualche ora ma finalmente qualcuno aveva denunciato l'omicidio di Aurore.

Una macchina frenò molto bruscamente. Lo sportello si aprì senza richiudersi. Un sordo ticchettio di scarpe col tacco sull'asfalto riempiva la stanza. Era sempre più vicino. Poi una voce, straziante.

«Aurore! Mon chérie! Qui t'a fait ça? Mon fille, parle! Parle! Je te prie! Maman est avec toi, je suis ici avec toi».

Il grido straziante di una mamma che perde la propria figlia. Credo che sia questo che si sente all'inferno.

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