Capitolo III *Romeo & Juliet*

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CAPITOLO 3 – Romeo & Juliet

PoV Domi.

Era buio pesto e stavo facendo una di quelle cose che si addiceva più a Lily o a Roxanne che a me.

Camminavo nei corridoi bui di Hogwarts con la bacchetta in mano, sotto il mantello storicamente appartenuto a zio Harry, che poi era stato di James ed infine di Lily, quando James si era rifiutato di trasmetterlo al fratello Serpeverde.

Mi aggiravo silenziosa ed invisibile. Nessuno avrebbe potuto vedermi, ma comunque ero agitata. Sebbene non fossi una perfettina come Rose, non ero neanche particolarmente avvezza a violare le regole. 

Arrivai al settimo piano molto lentamente, e nervosamente iniziai a camminare avanti ed indietro davanti alla parete vuota, senza prestare quasi attenzione all'arazzo di Barnaba il Babbeo bastonato dai troll.

Quando davanti a me comparve la porta tentennai un secondo ulteriore per guardarmi intorno. Via libera.

Non appena aprii la porta ed entrai dentro, l'atmosfera familiare, calda ed accogliente della stanza mi avvolse. Al centro, intento a cercarmi con lo sguardo nel vuoto, James se ne stava immobile.

-Domi, dovresti togliere il mantello..- mi invitò ridendo ed io sorrisi.

Dovevo smetterla di guardarlo con adorazione altrimenti si sarebbe montato ancora di più la testa. E davvero, era l'ultima persona al mondo ad aver bisogno di una iniezione di autostima. Ma infondo era da quando eravamo bambini che lo guardavo così. Da sempre era stato il mio eroe.

Lasciai cadere il mantello a terra e corsi verso di lui. Allargò le braccia per accogliermi e mi ci tuffai dentro sorridendo.

Era trascorsa una settimana dal giorno in cui Jamie era arrivato al castello, ma per un motivo o per un altro, trovare tempo per noi sembrava impossibile. Ed ormai, guardarlo da lontano non mi dava più alcun sollievo, anzi. Più volte mi ero ritrovata a pensare che avrei preferito evitarmi la tortura di averlo sempre sotto gli occhi senza poterlo stringere, dovendomi regolare nel guardarlo, e via dicendo.

Lui mise le mani a coppa sul mio viso e mi guardò negli occhi. Un solo pensiero rimbombava feroce nella mia testa: da quando, molti mesi prima, eravamo stati in quella stanza insieme, a parte qualche bacio, non eravamo più riusciti a stare insieme. Non avevamo più fatto l'amore.

-Abbiamo troppi parenti- commentai per stemperare la tensione, ma era inutile il cuore continuava a martellarmi nel petto e, anche se non c'era uno specchio per poter controllare, ero sicura che i miei occhi tradissero tutta l'impazienza e l'agitazione.

-Decisamente troppi- commentò lui prima di avventarsi sulla mia bocca. Era talmente urgente la voglia che avevo di lui, che ancora oggi, mi viene difficile capire chi iniziò a spogliare l'altro.

Ricordo solo la delicatezza delle sue mani, il modo in cui le sue braccia mi cullavano e proteggevano mentre con lentezza studiata mi aiutava a stendermi a terra. lo avevo visto baciare decine di ragazze, ed il mio cuore galoppò orgoglioso davanti alla certezza che a nessuna di quelle aveva mai riservato nemmeno la metà delle attenzioni che riservava a me. Sfiorò la curva dei miei seni senza mai abbandonare il mio sguardo e poi baciò l'incavo del mio collo, mentre lo sterno si alzava ed abbassava per dar spazio ai miei profondi sospiri. La sua mano grande sul mio addome piatto scorreva avanti ed indietro, guadagnando ogni volta un centimetro più in basso. Ero in una trepidante attesa. Un pudore irrazionale mi imponeva di non mettermi ad implorarlo affinché si sbrigasse ad arrivare al sodo.

-Ti amo Domi- sussurrò quelle parole sottolineandole con lo sguardo, con la voce, con le mani. Lo sapevo già. Mi aveva sempre amata a modo suo. Era un amore diverso, era stato per me ogni cosa. Un amico, un fratello, un cugino, un protettore, un confidente, un amante. Eppure sentirglielo dire mi travolse. Senza nemmeno rendermene conto iniziai a piangere. Realizzai solo quando sentii le guance umide.

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