Capitolo XII

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La notte avanzava lenta, silenziosa. Il sangue della giovane cantante francese continuava a scendere lentamente dalla grata dipingendo di rosso il muro.

Piangevo a singhiozzi, bagnandomi le dita del sangue rosso vivo, pensando a cosa avessi combinato, pensando che avevo tolto la vita ad una ragazza così giovane, avevo tolto la voce ad un angelo, avevo strappato un sogno a qualcuno e quindi, stando a ciò che era scritto sul muro, avevo spento una stella nel cielo.

Intanto il padrone misurava a passi veloci e nervosi il perimetro della stanza, imprecando e lanciando calci alle pareti.

Poi mi prese per i capelli sporchi tirandomi all'indietro. Sentivo dolore, ma non piangevo per questo.

«Lo sai che ora dovrei ucciderti, eh, lo sai? Ti rendi conto di quello che hai fatto? E se ora io ti sparassi, come ho appena fatto con la tua amichetta lì, la francese?» mi mise l'indice e il medio sulla tempia destra e fece pressione «dritto qui, in testa».

«Fallo» la mia voce era irriconoscibile, affogata dalle lacrime e incrinata dalla paura «Ti prego».

Lasciò la presa e uscì con furia dalla stanza, senza chiudere la porta.

Caddi a terra, disperata ed iniziai a piangere, a pensare. Pensai alla morte, alla morte come liberazione. Volevo morire. Volevo morire per riassaporare il dolce gusto della libertà.

Il padrone tornò poco dopo con la stessa furia con cui aveva lasciato la stanza. Mi alzò e mi spinse la testa fino a farmi sbattere la fronte contro il muro. Mise la guancia destra sulla mia sinistra, le labbra vicino all'orecchio.

«Vuoi morire eh?» sentivo l'isteria nella sua voce «è questo che vuoi?».

«Sì» dissi tra i singhiozzi e le lacrime.

«Bene» sulla tempia destra improvvisamente avvertii una sensazione di freddo metallico. Mi stava puntando una pistola alla testa «Allora ti sparo, eh? Che ne dici?».

Le sue labbra tremavano.

«Chiedimelo» disse lentamente.

«Uccidimi» risposi secca.

«Pregami di farlo».

«Ti prego, uccidimi».

«Chiedilo al tuo padrone».

«Ti prego, mio padrone, uccidimi».

«Gridalo!» urlò.

«Ti prego, mio padrone, uccidimi!» urlai.

«Più forte!».

«Ti prego, mio padr...».

BUM. Aveva sparato. Caddi a terra, tra le lacrime. Ero morta. Finalmente ero morta. Ero libera.

Poi sentii il tonfo sordo della pistola cadere affianco a me. Non ero morta. Ero ancora viva. Aveva sparato a salve. Iniziai a piangere ancora più forte.

«Cosa speravi di ottenere, eh? Davvero pensavi che una mocciosetta francese avrebbe potuto aiutarti?».

In quel momento ebbi il lampo di genio.

«La pistola» dissi piano.

«Cosa dici?».

«La pistola!» afferrai l'arma che giaceva a terra e mi girai «la polizia sa che hai un'arma! Ora sarai indagato!»

Rise. Una risata di scherno malefica e snervante.

«Credi che non ci abbia pensato? È tutto calcolato. Il proiettile che le troveranno in testa è stato sparato da questa qui, una GAMO AF-10. Quella che posseggo legalmente con porto d'armi è una SIG-Sauer P220. La GAMO non la troveranno mai».

«Come fai ad esserne tanto certo?».

«Perché la GAMO resterà qui, la custodirai tu per me» prese l'arma, la guardò poi la caricò. L'afferrò e con aria di sfida me la sventolò in faccia «Un piccolo regalino. Così se vuoi, puoi morire».

Lanciò la pistola poco distante, facendola roteare per un po'.

«Perché mi fai questo?» chiesi lamentosa.

«Ancora con questa storia? Mettiamola così, sei la mia preferita, ti ho scelto».

«Ma perché?» gridai disperata.

Il padrone si voltò di scatto e mi fulminò nonostante la maschera glielo rendesse tecnicamente impossibile «Non ti è dato saperlo».

Sputò a terra e se ne andò sbattendo la porta.


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Il volto del padroneDove le storie prendono vita. Scoprilo ora