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Pen Your Pride

"ROMA CAPOCCIA"

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"Quanto sei bella Roma quann'è sera, quanno la luna se specchia dentro ar fontanone. E le coppiette se ne vanno via..."

Aveva proprio ragione Venditti, la sera Roma è davvero bella, oggi in particolare.
Dalle macchine che sfrecciano veloci, alle urla dei bimbi che giocano nel parco, dalle coppiette di turisti che fotografano ogni singola sfaccettatura di questa città, al rumore soave del Tevere che accompagna la melodia di quel vecchio mendicante intento a suonare il violino in cambio di qualche spiccio. Molti passano oltre e neppure lo notano, io invece rallento il passo e mi fermo qualche minuto ad ascoltarlo. Sta suonando "Say something", è così tenero e delicato. Rifletto sul fatto che la musica sia davvero per tutti: ricchi e poveri, giovani e vecchi; almeno lei ci salva.

Affretto il passo, sono in ritardo, ma come al solito ho avuto l'ennesima discussione con i miei genitori.
Non riesco a non pensarci.
Eccomi qui, venticinque anni di costrizioni, di delusioni e di prigione.
Sono io, Micole, un metro e settanta di fragilità e sogni. Non si direbbe vero?

Dove ti trovi? Ti aspettiamo al nuovo locale.
È un messaggio di Rebecca, l'amica di sempre, quella che conosci per caso un giorno all'asilo e che porterai con te per il resto della vita, o almeno si spera.
Arrivo, prendete il tavolo.』 Rispondo in fretta.

Uscire mi dovrebbe far bene, almeno così dicono, dovrei dimenticare (momentaneamente) dei problemi che mi circondano. Ma sarà davvero cosí?

Entro in questo nuovo locale vicino Piazza di Spagna. Pareti rosso fuoco, bancone e tavoli nero laccato. Faccio fatica a trovare i miei amici, c'è tantissima gente e io odio questo caos. Mi sento prendere per un braccio, mi giro, è Davide, uno dei miei migliori amici, la persona più divertente del pianeta.
Sono seduti tutti insieme, faccio un saluto generale e mi siedo accanto a Rebecca.
«Tesoro, come va?» Chiede stampandomi un bacio sulla guancia.
Non rispondo, la guardo negli occhi e capisce subito che non è una delle mie giornate migliori.
Inizio a sorseggiare qualche drink, a sorridere con i ragazzi e a chiacchierare con le amiche. Tutto come sempre, se non fosse per il fatto che continuo a chiedere al cameriere di portarmi da bere. Di solito non mi "cala" niente, solo l'odore mi da fastidio; stasera invece la testa mi sta andando in confusione tra musica, parole e ghiacchio e questa confusione è quasi piacevole.
Ne esco completamente sbronza, non mi era mai successo, sono sempre stata obbligata a non superare certi limiti, ma forse ora, anche per ribellione, avrei voglia di superarli tutti.
Sono stanca di essere la ragazzina vestita per bene, che rispetta le parole di quei genitori che di lei fondamentalmente non hanno capito niente.
Lavoro, lavoro, e ancora lavoro, solo a quello sanno pensare! E a me? A me chi ci pensa? Chi mi salva?

Così, i miei weekend da varie settimane finiscono in questo modo, riempio il fegato di alcol per svuotare la testa dai pensieri.
È giusto? Non lo so, sono stanca di fare sempre la cosa giusta. So solo che i giorni seguenti mi ritrovo stesa a letto con un mal di testa atroce, e con dieci chiamate perse da parte di Rebecca.
Lei tiene a me e non le piace vedermi così, ma mi ripete che vuole lasciarmi fare i miei errori, convinta che io sappia ritrovare sempre la strada giusta.

***

Stasera mi sono direttamente piazzata davanti al bancone su uno scomodo sgabello.
«Sai, dovresti smetterla de bere!»
«E te sei?»
Rispondo portandomi alle labbra l'ennesimo bicchiere di vodka. Non so se sia per colpa del mio stato di ebrezza, ma mi sembra proprio di non conoscere la persona che ho davanti.

L'ECO DELLA LIBERTÀ | BRIGALeggi questa storia gratuitamente!