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Sentii un vuoto al petto, mi sentivo come bloccata dalle mie stesse lenzuola, incastrata fra le mille pieghe del cotone morbido che mi copriva.
Mi sentivo come se qualcuno mi stesse soffocando, non riuscivo a catturare neppure un filo d'ossigeno, come se i miei polmoni si fossero chiusi e non volessero più permettermi di respirare.
Mi sollevai di scatto, poggiai la mano sinistra al muro su cui era adagiato un lato del mio letto e quella destra sul petto.
Chiamai mia madre con un flebile filo di voce e lei non mi sentì.
Inspirai e come per miracolo riuscii a rapire un po' d'ossigeno dalla stanza, boccheggiavo alla disperata ricerca di più aria, ansimavo pregando mentalmente che anche quell' attacco passasse il prima possibile.
Delle lacrime cominciarono a cadere sul mio viso freddo creando dei solchi bollenti sulla pelle.

Ero stanca di trascorrere quasi ogni notte allo stesso modo, di svegliarmi alle tre del mattino per degli incubi che mi portavano degli attacchi di panico.
La cosa andava avanti da mesi ormai ed io non ne potevo più.

Dopo alcuni interminabili minuti il mio respiro tornò normale, per quanto normale potesse essere il respiro di una ragazza asmatica in un periodo in cui la polvere e i pollini si muovono liberi nell'aria.
Avevo paura di riaddormentarmi quella notte, di risvegliarmi senza poter respirare, così decisi di alzarmi, ma prima guardai l'orario: 03.27.

Scostai le coperte e poggiai i piedi a terra, mi mossi nel buio silenziosamente e lentamente arrivai in soggiorno.
Mi lasciai cadere sul divano e accesi la televisione, misi sul canale delle televendite e iniziai ad ascoltare la donna che presentava il jeggings rimodellante.
Passarono i minuti, le ore e sorse il sole.

Dei fasci di luce dorata filtrati dalle persiane toccarono il parquet, quel mattino rimasi sveglia tanto a lungo da perdere la concezione del tempo.

Mia madre entrò nella stanza scura.
«Tesoro.»
«Mamma.»
«Che ci fai qui? Sono le sette meno venti.»
«Sono sul divano dalle tre.»
Spostai lo sguardo sulle mie gambe e sentii che lei si avvicinava.
«Hai avuto un altro attacco?»
«Sì.»
«Piccola dovremmo capire perché ti capitano, ho preso un appuntamento al consultorio per lo psicologo...»
«Ti sembro una pazza? Non voglio andarci.»
«Non significa necessariamente che tu abbia dei problemi, visto che con me non parli... potresti parlare con un estraneo, qualcuno che non ti giudichi.»
«La mia risposta è ancora no, non voglio andarci.»
«Okay. Va bene. Ora preparati, rischi di arrivare in ritardo il primo giorno.»

Il primo giorno.
Già, quello sarebbe stato il primo giorno in quarto superiore ed ero terrorizzata alla sola idea di rivedere le mie compagne.
Erano tutte così perfette, mai un difetto, mai nulla fuori posto, tutte bellissime.

Andai in bagno ed entrai in doccia. Lasciai l'acqua fredda scorrere velocemente sulla mia pelle, levando ogni preoccupazione, o quasi.
Mi asciugai in fretta e indossai i vestiti che avevo preparato la sera prima: un pantalone nero nella speranza che potesse nascondere qualche curva, una t-shirt con delle stampe e la mia giacca di jeans preferita.
Mi sistemai davanti allo specchio e dopo aver guardato il mio riflesso per alcuni minuti iniziai a stendere del trucco leggero sul viso e delle linee marcate di eye-liner sulle palpebre.

Andai in cucina e scoccai un bacio sulla guancia di mia madre.
«Mamma è tardi, io vado.»
«Vai,» mi guardò sorridendomi, «ma pensa a quello che ti ho detto, potrebbe aiutare.»
«Ci penserò.» Sbottai e uscii di casa con la borsa in spalla.

Riuscii a prendere il tram per miracolo, salii sul mezzo poco prima che le porte si chiudessero, col fiatone e sottili gocce di sudore che incorniciavano il viso, reduci della corsa appena fatta.

Dopo poco meno di mezz'ora arrivai alla mia fermata, scesi e mi incamminai verso la scuola che frequentavo: uno dei licei con più iscritti della città, era una di quelle scuole in cui trovavi tutti (o quasi) i ragazzi popolari del posto in cui vivevi, molti definivano il mio liceo il migliore di tutta la provincia quando in realtà era semplicemente una scuola con molti studenti, una pessima organizzazione e senza fondi, come tutte le altre scuole pubbliche della nazione.
Nel giro di cinque minuti arrivai al cancello dell'edificio, vidi due delle mie compagne che parlavano, probabilmente di come avevano trascorso l'estate.
E se lo avessero chiesto anche a me?
Cosa avrei dovuto rispondergli? Che una volta tornata in città a luglio avevo trascorso il resto dell'estate a distruggere il mio fegato e i miei polmoni?
Decisi di passare prima dal tabacchino, nella speranza di rimandare una qualsiasi discussione.

Il tabacchino distava pochi metri dalla scuola, il proprietario aveva scelto una posizione strategica per gli affari, aveva pensato bene di mettersi accanto ad un liceo, quasi la metà degli studenti del mio istituto andava lì ogni giorno, ciò significa che quel tabaccaio aveva più di cinquecento clienti al giorno.
Un genio.

Appena varcai la soglia mi misi in fila ed aspettai con pazienza che arrivasse il mio turno.

Quando l'anziano di fronte a me prese un pacco di Merit da venti, pagò e andò via, finalmente dopo cinque agonizzanti minuti di attesa arrivò il mio turno.
«Salve, delle Marl-»
Un ragazzo passò davanti a me incurante del fatto che ci fossero dei turni da rispettare.
«Ciao Mauro, Marlboro rosse da dieci per favore?»
Ero al limite, senza battere ciglio si era buttato sul bancone e aveva preso quello che gli interessava.
«Scusa?!»
«Che c'è?» Si girò e rimasi per un momento senza fiato guardando i suoi occhi freddi, di un grigio così chiaro che parevano di ghiaccio.
«Eri dopo di me, ho-ho fatto una fila, potevi almeno aspettare che prendessi le mie Marlboro gold e poi prenderti le tue.»
Ghignò. «Da quanto?»
«Cosa?»
«Il pacchetto.»
«Da dieci.» Sbottai e mi avvicinai di più al bancone.

Spostò il viso verso il tabaccaio che guardava la scena sorridendo.
«Dammi anche un pacco di Marlboro gold da dieci per la ragazza.» Si voltò verso di me, mi guardò con quello sguardo freddo e accennò un sorriso. «Offro io.»

Pagò i due pacchetti, prese il suo e se ne andò, l'uomo dietro la cassa si mise a ridere.
«Caspita...» Mi passò il pacchetto di gold e continuò a parlare. «Non è il tipo che offre di solito.»
«Lo conosce?»
«Sì, viene spesso nei giorni infrasettimanali.»
«Mh...» Mi voltai a guardare la porta da cui quel ragazzo così sfrontato era uscito, salutai il tabaccaio e uscii dal negozio.
Mi guardai attorno cercando quel viso dai lineamenti duri, ma era già scomparso.

Liberai il pacchetto dall'involucro di plastica e presi una sigaretta, la portai alle labbra e l'accesi con il clipper che conservavo in tasca.
Andai verso l'edificio scolastico con la sigaretta fra le dita e i capelli che venivano mossi dal vento, mi sentivo come una delle eroine dei romanzi che amavo tanto leggere, che andava incontro alle sue paure per affrontarle.
Ecco, io stavo andando incontro ad una delle mie più grandi paure: il contatto umano.
Dopo un'estate trascorsa in solitudine, a volte vedendo i miei amici più cari, tornare a scuola appariva terrificante.

Varcai la soglia delimitata dal cancello e vidi un gruppo formato da alcune ragazze della mia classe.
«Ciao Opal!»
Buon Dio.

Ash's Days  (sospesa)Leggi questa storia gratuitamente!