Saliva e sangue di Mariasole Maglione

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"Era tutto costruito, tutto previsto. Tutto irrimediabilmente terribile, ma inevitabilmente seducente"

Scivolavo nell'ombra.

Ogni più sottile suono penetrava attraverso le mie orecchie come un urlo.

O forse era davvero tale.

Nel buio, l'altare sacrificale era illuminato da alcuni raggi di luce. Scendevano dal soffitto, attraverso la grata, la stessa sopra cui avevo ucciso l'esile creatura che ora trascinavo al mio fianco.

Pelle bianca, capelli rossi come il suo sangue, labbra ora violacee. Le forme della giovane donna erano nascoste dal vestito nero, che scivolava assieme a lei sulla dura ardesia della pavimentazione.

Tremavo.

Non c'erano veri pensieri nel mio cervello, solo tenebre e morte.

L'altare era ingombro di ossa, residui di precedenti sacrifici. La sporcizia accumulatasi tra di esse avrebbe fatto venire il voltastomaco a chiunque: brandelli di pelle, polvere, ragnatele, escrementi di ratto, ciocche di capelli. Io però non ero chiunque, e non battei ciglio quando i miei occhi sanguigni si posarono sul ripiano in pietra lavica.

Senza alcuno sforzo, issai il cadavere della giovane sull'altare. Il suo corpo flessuoso si adagiò con malagrazia sopra le ossa, facendole scricchiolare.

Digrignai i denti, ferendomi le labbra con i canini affilati. Odiavo il suono delle ossa che si rompevano.

Con un gesto rude, le mie mani coperte da guanti di pelle nera fecero piazza pulita di qualsiasi cosa si trovasse sopra l'altare di pietra, eccetto il mio sacrificio. Lei risplendeva sotto la luce che scendeva dall'alto, bagnandone i lineamenti e definendola di chiaro scuri.

Era così bella, anche da morta.

Un forte bruciore all'altezza dell'occhio sinistro mi fece indietreggiare di qualche passo.

Era stata la luce? O era il Sommo che si presentava?

Cercai di orientarmi nella penombra della caverna sotterranea. Alte statue di vampiri antichi si ergevano a ridosso delle pareti, sotto alti archi a sesto acuto scolpiti nella roccia. Tra di esse, le ombre disegnavano i vuoti, infilzando i riflessi dei raggi di luce sull'altare.

Tra le cortine di ragnatele del soffitto, un brulicare di insetti e di presenze tramava al riparo da occhi indiscreti. Tentai di scrutare oltre, di cogliere potenziali pericoli, senza successo.

Tornai a guardare la mia vittima sacrificale. L'intenso nero dei suoi capelli nascondeva in parte le ferite dei miei canini sulla pelle candida del collo magro, attorno a cui il sangue sfuggito alla mia sete si era raccolto in croste scure. Il pallore del viso di lei, sempre più evidente, lottava con la luce per tentare di allontanare ancora un po' il velo grigio della morte.

Deglutii saliva e sangue.

Anche l'occhio sinistro iniziò a bruciare. Prima piano, poi sempre più forte.

Era lui. Non poteva che essere così.

Le tenebre della caverna sussultarono per un istante.

Volute d'ombra si mossero, scivolando nell'aria rarefatta e quasi priva d'ossigeno.

Premetti una mano sul polso senza battito della donna che avevo ucciso.

Il Sommo stava arrivando.

La sera prima

Non poteva essere lei.

Tutti, chiunque, ma non lei.

La sua innocenza, il suo candore, le sue mani d'angelo, i suoi occhi d'ebano...

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