Capitolo IX

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«Sono qui! Qua sotto! Aiutami ti prego» la mia voce tremava, incrinata dal pianto.

«Si ma... che ci fai là sotto?» chiese impaurita la voce dietro la grata.

«Non lo so neanche io cosa ci faccio qui. Mi hanno rapita. Ti prego aiutami»

Ci fu qualche istante di silenzio. Sapevo che non era andata via perché la sentivo ansimare ansiosamente.

«Come ti chiami?» domandò.

«Seline» risposi piano.

«Ma... non sei italiana?».

«Si, sono italiana ma Seline è un nome greco. Mia madre era insegnante di greco» dissi con nostalgia, quella che provi quando ricordi qualcosa di talmente bello da far male.

«Ah davvero... davvero bello. Io sono Aurore. Io però sono... sono francese».

«Hai davvero un bel nome e una bellissima voce, canti come un angelo» anche se non era il momento di fare complimenti, sentivo di doverglielo dire.

«Merci» dalla sua voce si capiva che stava sorridendo imbarazzata.

Era una cosa che avevo imparato lì sotto: ascoltare le voci.

«Come ci sei finita lì dentro?» la sua voce era più chiara, più vicina. Probabilmente era piegata e cercava di vedere qualcosa attraverso la grata.

Tentai di farmi vedere, iniziai ad indietreggiare lentamente, sbracciandomi e cercando di vederla.

«Non lo so come ci sono finita. Era tutto così normale: sveglia regolare, colazione, università... poi sono andata a casa di una mia amica e quando sono uscita mi hanno rapita e mi sono ritrovata direttamente qui. Non so più come fare».

Non riuscivo a vedere il suo volto, le catene erano troppo corte.

«Come... come posso aiutarti? Io ho solo sedici anni» mi chiese con un filo di insicurezza nella voce. Forse sentiva di non potercela fare, ma voleva farlo lo stesso.

Mi avvicinai nuovamente alla parete e cercai di raggiungere la grata, ma era troppo alta.

«C'è qualcuno che posso avvertire? Dove sei? Fatti vedere, se puoi» la sua voce era carica d'ansia.

Iniziai a saltare disperatamente, ma quando tentai il primo salto mi accorsi che non riuscivo ad andare molto in alto: le catene erano troppo pesanti e mi trascinavano nuovamente al suolo.

Lanciai un grido nel quale erano racchiusi rabbia, tristezza, ansia e dolore. Continuavo a saltare, ogni volta emettevo un gemito. Levavo la mano, disperata, facendola svolazzare qua e là tentando di afferrare la grata.

«Dimmi un nome... dove sei? Ti prego fatti vedere».

«Vale!» urlai, il volto stropicciato dal dolore mentre tentavo ancora di afferrare la grata.

«Come?» rispose lei, totalmente nel panico.

«Il mio ragazzo!» feci un salto «si chiama Vale» ancora un salto. Aurore mise una mano tra le sbarre «Valentino».

Continuavo a saltare, sempre più affaticata e disperata. Stavolta miravo alla sua mano.

Un salto. Ancora un altro. Ero lontanissima dalle sue mani. Un altro salto. Le sue dita. Avevo sfiorato le sue dita e ora la sua mano si agitava, con la stessa disperazione con cui cercavo di raggiungerla. Un salto carico di ansia. La sua mano afferrò la mia. Poi tirai su anche l'altra e lei fece lo stesso. Afferrai le sbarre della grata, sollevata ma allo stesso tempo sofferente, tirata indietro dal peso delle catene.

«Valentino Negri» spiegai quasi in un sussurro, affannata.

Avevo gli occhi chiusi e la testa abbassata per lo sforzo, ma quando aprii gli occhi la vidi: imprigionata dalle sbarre, i suoi grandi occhi azzurro chiaro spalancati per la paura sembravano racchiudere in sè tutte le onde di un oceano durante una tempesta. I capelli biondi e lunghi incorniciavano il volto dalle forme morbide sul quale sembravano abilmente dipinti un piccolo nasino e delle rosee labbra.

«Valentino Negri» ripeté per ricordare. Aveva gli occhi sbarrati e annuiva nervosamente.

«Abita a Via Mozart, al numero 22» facevo una fatica enorme. Le sue mani erano tremanti eppure estremamente forti. Le mie, invece, cercavano in tutti i modi di tenersi aggrappate alle sporche sbarre di metallo, ma quando le ultime forze mi abbandonarono, lasciai le sbarre e la ragazza, cedendo al mio peso, lasciò debolmente la presa.

«Ci passo domani, ora è tardi, sono le undici e mezza» mi chiese.

Feci un cenno con la testa, ma solo dopo realizzai che non poteva vedermi quindi dissi: «Sì, grazie... grazie davvero».

«Ci mancherebbe altro» rispose timida.

Esausta, appoggiai le spalle al muro e scivolai con la schiena lungo tutta la parete, fino a ritrovarmi seduta a terra. Cercavo in tutti i modi di massaggiare i polsi e le caviglie doloranti.

Ci furono altri istanti di silenzio poi disse quasi tra sé: «Chi se lo immaginava che potesse succedermi una cosa del genere».

«Già. Spesso la vita ci coglie impreparati. Guarda me».

«Hai ragione... è davvero strano come si diverta a coglierti di sorpresa, nei momenti più inaspettati, la vita, dico» non dissi nulla «le piace soprattutto illuderti, farti salire in cima alla scala e quando ti manca solo un gradino alla vetta ti tira per i piedi...» ora la sua voce era più lontana: probabilmente era seduta sul marciapiede con le spalle al muro.

«Aurore, attenta a come parli della vita. Hai sedici anni. Sono poche le cose che possono ferirti irreparabilmente. Cadrai spesso, ti troverai con la faccia e le ginocchia a terra parecchie volte e ti farai male. Ma ricordati sempre che si tratta di semplici graffi e sbucciature. Vivi la vita con la spensieratezza dei tuoi anni e aspetta a diventare grande che poi non puoi tornare indietro. La vita ti farà capire ben presto quali sono le sofferenze».

Restò in silenzio alcuni istanti, come se volesse assaporare a pieno tutte le mie parole, pronunciate deglutendo e affannando.

«Grazie per le belle parole» disse poi.

Il pavimento era freddo ed iniziai a strofinare il braccio sinistro con la mano destra per darmi calore. Lanciai uno sguardo alla scritta sul muro.

«Io... io devo andare» disse quasi spaventata «si è fatto molto tardi. Ma ritornerò domani. A mezzogiorno».

«Ti aspetto» la sentii alzarsi. Guardai ancora una volta la scritta sul muro poi la chiamai «Aurore... incontrerai persone che hanno perso la fiducia nella vita e ti diranno che il mondo è grigio. Non credergli. Hanno solo dimenticato quali sono gli altri colori. Non smettere mai di colorare la tua vita, Aurore. Sii il colore predominante del tuo quadro e ricordati di lasciare qualche piacevole sfumatura nei quadri degli altri».

Rimase in silenzio per un po', forse un po' stupita, poi chiese: «Perché mi dici questo?».

«Perché ho conosciuto queste persone» dissi fissando la scritta «e non voglio che convincano anche te».

«Buonanotte» disse. I suoi passi sparirono lenti.

Mi alzai dal pavimento e mi avvicinai alla scritta, ormai asciutta, accarezzandola con la mano, nel cuore un'inspiegabile sensazione di malinconia: «Non perdere mai i tuoi colori, Aurore».

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Il volto del padroneDove le storie prendono vita. Scoprilo ora