Capitolo 1

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CAPITOLO 1

Il giorno del mio diciassettesimo compleanno i miei genitori si sono resi conto veramente e del tutto di come ero diventata; si erano accorti del mio carattere di merda che da anni mi perseguitava, 3 per l'esattezza.

Come faccio a saperlo vi starete chiedendo voi...bhe il 23 maggio il mio migliore amico è morto e mi ha abbandonato. Se n'è andato così, senza un preavviso e ha lasciato dentro di me un vuoto che ancora oggi a distanza di 3 anni mi perseguita.

Dopo il fatto non sono più stata la stessa. Prima ero un adolescente normale, se si può dire, piena di sogni nel cassetto e di speranze, una ragazza che si impegnava a scuola più che poteva senza però rinunciare alla vita sociale e alla sua passione per lo skateboard.

Ora invece tutti quei sogni e quella gioia sono stati rinchiusi in quel cassetto e la chiave è stata persa, della scuola non mi interessa più di tanto anzi faccio il minimo indispensabile per superare l'anno senza avere ulteriori rotture anche durante l'estate, tutti i vestiti che ogni tanto mettevo sono stati rimpiazzati da skinny jeans e felpe extralarge veramente troppo grandi per il mio corpo esile, per non parlare poi del mio carattere.

Solo una cosa è rimasta: la passione per lo skateboard. Anzi devo dire che questa è aumentata ulteriormente, forse perché una passione non ti abbandona mai o forse perché non mi fa pensare a quando ero una ragazza che viveva una vita gioiosa.

Questa sono io, Abby Evans, 17 anni appena compiuti, carattere acido, scontroso e pessimista. I miei parenti sono soliti guardarmi con quel tipico sguardo compassionevole che a me urta i nervi ogni volta. Mi considero anche abbastanza testarda e tenace perché quando ho qualcosa in mente, nessuno me la toglie.

Tutte le mie compagne di classe praticano uno dei classici sport come pallavolo, ginnastica artistica, danza, ma io sono considerata la pecora nera, il maschiaccio di turno, tutto perché pratico un'attività insolita chiamata skateboard. A dir la verità sono contenta che mi lascino stare, non sono mai stata brava con le amicizie prima perché c'era la timidezza e ora per colpa del mio caratteraccio.

Fatto sta che quel giorno invece di entrare nella "prigione" che tutti chiamano scuola avevo deciso di starmene in città, in quella piccola città australiana ad appena due ore da Perth, e che non poteva di certo competere con quest'ultima.

Avevo passato la mattinata tra quelle strade fermandomi solo per prendere una lattina di Coca in un bar e per comprare una nuova felpa seppur l'estate si stesse avvicinando.

Questa cosa mi era costata cara e non avrei mai immaginato quello che sarebbe successo dopo, a pranzo, al mio ritorno, quando varcai la soglia d'ingresso. Oliver, il mio Golden Retriever di 4 anni mi corse incontro facendomi le feste e io non potei non lasciargli qualche coccola. Sentire il suo pelo tra le dita mi faceva sentire veramente a casa.

"Mamma, Papà sono a casa!" gridai mentre mi toglievo le Vans davanti al portoncino. Mamma odiava che si entrasse con le scarpe e si girasse per la casa quindi mi aveva abituato fin da piccola a obbedire a questa regola.

Appoggiai zaino e skateboard a terra e mi diressi verso la cucina sempre con Oliver che mi seguiva continuando a scodizzolare felice. Presi un bicchiere d'acqua e in quel momento mia madre entrò seguita da mio padre e dalle facce capii che c'era qualcosa che non andava.

"Come è andata a scuola Abby?" mi chiese mia madre mentre mi guardava con quello sguardo, un misto tra delusione, arrabbiatura e confusione. Non riuscivo a decifrarlo.

"Bene. Come sempre sono stata seduta in quel banco scomodo e ho cercato di non addormentarmi mentre il professore di storia spiegava" risposi con il mio solito modo di fare quasi arrogante.

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