Capitolo VII

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Un fischio lento e stridulo continuava a stropicciarmi il volto, entrando lentamente nelle orecchie come un filo sottile che si ammatassa disordinatamente nella testa, impedendomi di pensare ad altro che non fosse come far smettere questo fischio. Poi mi arresi e lo lasciai fischiare.

Stavo per riaddormentarmi quando entrò di nuovo il padrone. Aveva in mano un vassoio grigio, ma stesa com'ero non potevo vederne il contenuto.

«Cosa ci fai lì a terra? Alzati, è l'ora del pranzo» disse poggiando a terra il vassoio su cui erano appoggiati una bottiglia in vetro con dell'acqua, un bicchiere, qualche fetta di pane e del prosciutto crudo. Rimasi colpita dal prosciutto e lo fissai senza alzarmi: non mi era mai capitato di sentire di un rapitore che dava qualcosa di più di pane e acqua alla sua prigioniera.

«Forza alzati» mi tirò di forza dal suolo, tenendomi per le braccia. Il fischio stava man mano sparendo. Mi avvicinò il vassoio spingendolo con la punta della scarpa e si andò a sedere nell'angolo.
Restò lì a fissarmi. Non avevo alcuna intenzione di mangiare davanti a lui. Restai seduta col volto nascosto dalle gambe piegate.

Tirò fuori un pacchetto di sigarette dalla tasca e ne prese una, poi disse: «Perché non mangi? Non ti piace?» si mise la sigaretta tra le labbra e l'accese. Lo fissai impaurita.
«Dai, mangia. Ti assicuro che è buono» tra una frase e l'altra aspirava dalla sigaretta per poi sputare una massa di fumo grigio e puzzolente.

Continuava a fissarmi e vedendo che non toccavo niente si alzò e si avvicinò a me. Guardai impaurita la sigaretta e feci qualche passo indietro.
«Cosa? Questa? Tranquilla, non ti faccio niente» fece ancora un tiro, poi la gettò lontano, nonostante fosse ancora quasi intera.
Si chinò lentamente e mise qualche fetta di prosciutto su una di pane e versò dell'acqua nel bicchiere, poi prese una fetta di pane per sé e tornò a sedersi nell'angolino.

«Che c'è? Ti faccio paura?» addentò la sua fetta di pane, la mascella che si muoveva vigorosamente contrastava con la maschera che restava immobile.
«A cosa pensi? Al tuo ragazzo?» la domanda mi colse di sorpresa. Mi ero quasi dimenticata di Vale. Eppure non era passato neanche un giorno ma sembrava fossi lì da chissà quanto tempo.

«Ah, l'amore. Brutta cosa innamorarsi»
«Ma che ne sai tu dell'amore?» risposi improvvisamente con un coraggio che lasciò stupita anche me.
«L'amore purtroppo colpisce tutti. E non esistono vaccini contro l'amore. Io so benissimo cos'è, l'amore: perdere la ragione, il senno. Vederla ovunque. Non desiderare altro che stare con lei. Stare talmente bene in sua compagnia da voler fermare il tempo mentre i secondi ti sfuggono di mano come granelli di sabbia. Questo è l'amore, giusto? Qualcosa che ti fa stare bene. Ma per assurdo, quanto si sta male per amore?
Quanto si soffre per questa utopia insensata che è l'amore. L'amore non esiste e non è mai esistito. È una stupida condizione mentale. Una stupida condizione mentale. Conditio mentis dicevano i latini. Conditio mentis...»
«Parli come uno che soffre per amore» dissi, tremante.
«Io? No, io non soffro per amore. Io non soffro e basta. Ho smesso di star male molto tempo fa»
«Come si può smettere di stare male? Fa parte dell'uomo»
«No... la sofferenza non fa parte dell'uomo. L'intelligenza fa parte dell'uomo. La ragione fa parte dell'uomo. La scienza e il progresso fanno parte dell'uomo. L'amore, la sofferenza e tutto il resto sono cose inventate dagli uomini che non sanno resistervi. Uomini troppo stolti da capire il mondo, al punto da credere che i sentimenti siano necessari a renderlo migliore, più colorato. Beh il mondo è grigio. Che vi piaccia o no. E adesso mangia».

Si alzò dal suo angolino e andò a spegnere la sigaretta ancora fumante pestandola forte con il piede, poi andò via.

Mi avvicinai al vassoio e mangiai, lentamente, quasi con paura. Poi mi sedetti nell'angolo, trascinandomi dietro le pesanti catene e mi misi a pensare a quello che aveva detto.

Pochi istanti dopo, la porta si aprì violentemente e ne uscì il padrone con una bomboletta spray nera. Scese le scale come una furia. Impaurita cercai di scansarmi ma non era me che cercava. Si avvicinò al muro ed iniziò a scrivere. Quando ebbe finito risalì con altrettanta furia.

Tremante mi voltai a guardare il muro. La vernice fredda gocciolava e le lettere sbavavano ma nonostante tutto il messaggio restava duro e freddo:

"IL MONDO È GRIGIO"

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Il volto del padroneDove le storie prendono vita. Scoprilo ora