Anna

16 0 0
                                    

Capitolo 1

Fiamme

Ciò che non dissi quella notte mi rimase in gola per molto tempo. Le lacrime non scesero sulle pallide gote e in piedi, di fronte allo specchio, l'immagine riflessa mi restituì un sorriso.

Il mio sguardo cadeva su quella mezza luna orrorifica; era talmente penetrante da farmi gelare il sangue nelle vene, se avessi avuto ancora un cuore in grado di pomparlo lungo le mie membra.

Allungai una mano verso la fredda superficie di vetro e il riflesso fece lo stesso. Ci sfiorammo i polpastrelli con un tocco delicato. Impercettibile e ultraterreno, si instaurò un legame. E io cercavo me stessa in quel sorriso.

Invano.

Qualche giorno prima

Il sole era alto nel cielo in un giorno d'estate di inizio agosto. Mancava poco al mio compleanno ed ero al massimo dell'eccitazione; sotto i caldi raggi luminosi, saltellavo e agitavo le braccia, facendo ogni tanto dei piccoli versi. Non potevo farne a meno perché sapevo che stava per arrivare il mio momento speciale. Tutt'intorno, il giardino era pieno di fate e fiori che danzavano al ritmo dei miei sobbalzi. Mi dicevano cose che però non ascoltavo, troppo presa dalla felicità.

«Anna. Anna! Anna, rispondi!». L'urlo di mia madre mi raggiunse la mente, oltre che le orecchie che fino ad allora l'avevano completamente ignorata.

Smisi di muovermi e mi zittii. Girandomi lentamente, la guardai.

«Anna, finalmente... la prossima volta mi vedrò costretta a prenderti per un orecchio!» disse, rimproverandomi. «Non puoi sempre chiuderti nel tuo mondo e ignorare tutto e tutti».

Io annuii, abbassando lo sguardo. In quei casi non sapevo mai come rispondere perché avrei semplicemente detto: "Non ci faccio mica a posta!", ma era inutile dirlo e ridirlo. L'avevo ripetuto innumerevoli volte alla mamma ma lei continuava a dirmi cosa non potevo fare, cioè essere me stessa.

Le insegnanti a scuola facevano lo stesso e così i miei compagni, quindi alla fine avevo imparato che era meglio restare in silenzio e annuire perché le persone accettavano la buona volontà di cambiare qualcosa di sbagliato. Ed era così che mi sentivo: sbagliata.

«Tra poco è pronto il pranzo, vai ad avvisare il nonno.»

«Va bene. Cosa si mangia?» domandai, riportando lo guardo su di lei, scrutando la camicetta estiva.

«Insalata di riso... e ci ho messo un sacco di wurstel!». Concluse la frase con un gran sorriso che vidi con la coda dell'occhio. Non sapevo che voleva rimediare al rimprovero inappropriato di prima.

Saltellai e agitai le braccia un pochino: adoravo i wurstel.

«Vado subito!» e corsi verso la casetta di legno sul retro, dove il nonno passava il tempo ad aggiustare i suoi orologi a cucù.

Nel giro di poco tempo fui davanti alla porta lasciata aperta per lasciar circolare l'aria; il nonno era chino sul tavolo da lavoro. Indossava una canottiera bianca pulita e dei pantaloni lunghi e comodi di color marrone chiaro. Ai piedi calzava delle ciabatte estive.

Entrai, cercando di non distoglierlo dal suo lavoro. Amavo osservarlo mentre incastrava, lucidava e osservava quei misteriosi ingranaggi. Poi gli orologi erano così belli: incarnavano le fantasie più disparate, come castelli incantati o vivaci villaggi. Lui affinava lo sguardo, parlottava e sospirava. Sul viso gli si formavano delle rughe, sommandosi a quelle dell'anzianità.

Avrei voluto toccarle ma questo l'avrebbe sicuramente deconcentrato dal suo lavoro quindi preferivo non disturbarlo. Aspettai che si accorgesse della mia presenza, mentre si spostava dal tavolo per prendere dei pezzi dagli innumerevoli cassetti, stracolmi di ricambi.

AnnaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora