Prologo.

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Tell me who created you
I'd thank her.

[J. Bieber, One Life]


Faceva freddo: non il freddo da neve, ma nemmeno quello che ti permette di uscire con addosso solo una felpa.
La sigaretta mi teneva caldi l'indice e il medio della mano destra, mentre l'altra stava affondata nella tasca del giubbotto.
Erano le tre di mattina, dopo tre ore avrei dovuto alzarmi dal letto per andare a scuola, ma chi aveva voglia di andare là dentro, in quel carcere pieno di professori svitati e compagni insopportabili? Non potevo, comunque, saltare scuola anche quel giorno. Magari, una volta lì, avrei ciondolato per i corridoi o disturbato la lezione facendo ridacchiare i miei compagni. Chiusi gli occhi e posai la testa al muro, sentendo un vento freddo graffiami il mento e il collo. Amavo quella sensazione. Amavo le mattine come quelle, la lucidità del sonno perso e l'alcool che ancora fa un po' girare la testa. Amavo le sigarette gustate in quella pace rubata anche alla notte più selvaggia, la musica dei locali che si abbassa e le sirene delle ambulanze e della polizia in lontananza. La sensazione di essere in pace con il mondo e con sé stessi, anche dopo aver fatto risalire l'inferno dalle viscere della terra ed aver fatto cadere dal paradiso tutti i santi. L'invulnerabilità che conquista anche le persona più fragile, quell'essere padroni di un mondo silenzioso che ti sei conquistato con i calci e con i denti dopo esserti divertito come un pazzo.
Quella felicità malinconica, da assaporare da soli con mille pensieri.

« Ehi. »
Mi voltai. Una ragazza stava lì, in cima ai gradini che portavano giù al locale, stretta nel cappotto troppo largo. Aveva dei lunghi capelli biondo platino spettinati, il trucco un po' colato e un lobo dell'orecchio privo della copia dell'orecchino gigante che ancora stava appeso all'altro orecchio. Doveva averlo perso.
« Ehi » le sorrisi, facendole cenno di raggiungermi. Nonostante amassi quei momenti di solitudine, due chiacchere con una ragazza così bella non avrebbero guastato.
Lei, obbediente, si avvicinò. Traballava un poco sui tacchi alti, e solo una mano usciva allo scoperto dalla spessa stoffa del cappotto, a tenere il lembo ben stretto per non far entrare il freddo: aveva delle dita bianche e affusolate, eleganti, le unghie ben curate e coperte da uno spesso strato di smalto nero.
« Hai una sigaretta anche per me? » mi chiese, con un filo di voce. Tirai fuori i pacchetto, lo aprii e glielo porsi; lei sfilò una sigaretta con attenzione, e con un gesto calmo fece uscire allo scoperto anche l'altra mano, che stringeva un accendino bianco. La osservai mentre accendeva e tirava, ad occhi chiusi, una lunga boccata di fumo.
Fu quando riaprì gli occhi che ne notai il colore: un azzurro freddo, chiarissimo. Sentii un brivido salirmi lungo la schiena quando quegli stessi occhi che stavo contemplando si posarono su di me. Lei mi sorrise: un sorriso incerto, un sorriso accennato, con il fumo che usciva tra i suoi denti bianchi. Non doveva fumare spesso, pensai, e ne fui centro quando, dopo un altro tiro, traballò un altro poco e si appoggiò al muretto.
« Come ti chiami, bellissima? »
A quel nomignolo parve rabbrividire. « Lily - sussurrò, portandosi la cicca alle labbra per un altro tiro - E tu? »
« Jack. Piacere di conoscerti, Lily. »
Lily. Che nome stupendo. Lo pronunciai piano, dolcemente, e la scorsi arrossire un poco. Era ancora più bella di quanto avessi pensato quand'era apparsa lì, a tre metri di distanza.
E non so se fossero quegli occhi, o quel sorriso, o quelle mani, o quella pelle, o quel suo profumo di fumo, alcool e un leggero aroma più dolce che il vento portava verso di me a renderla tale, l'unica cosa di cui ero certo era che mi aveva disarmato, lasciandomi lì a fare nulla nonostante tutto l'alcool che mi scorreva nelle vene.
Non sembrava essere una di quelle ragazze da conoscere la sera e sbattersi ancor prima che finisca la festa, non solo. C'era qualcosa in lei, un qualcosa di inspiegabile, che mi spingeva a stare lì a guardarla e basta, anche se l'alcool mi spingeva a fare pensieri poco casti su di lei.
« Sei nuova di qua? Non ti ho mai visto. »
Lei ridacchiò. « Questa tecnica di abbordaggio fa schifo, scusami. Ti pensavo più scaltro. »
Io mi morsi il labbro. Stava lì, con la schiena che aderiva a quel muretto, e mi veniva voglia di andare lì, prenderle la testa fra le mani e baciarla con tutto il fiato, spingerla contro quel cazzo di muretto e strofinarmi su di lei.
Eppure non feci nulla di tutto questo. Cos'era, quello che si stava insinuando dentro di me? Un brutto presentimento, forse? Possibile?
Eppure più la guardavo, più mi sembrava un angelo. La sua bellezza era letale, i suoi baci forse anche di più; mi ritrovai col fiato corto e addosso la voglia irrefrenabile di scoprirlo da me.
« Che ore sono? »
« Le tre e venti. »
Lily spalancò leggermente gli occhi, poi si staccò dal muretto. « E' tardi, è meglio tornare a casa. »
A quella frase mi risvegliai. « Ma che dici? La notte è ancora giovane » protestai, senza ancora il coraggio di allungare la mano per toccarla. Forse mi sembrava così bella da non parer vera, forse una piccola parte di me pensava che fosse solo un miraggio, un'allucinazione.
Lei rise. « Sarà per un'altra volta, Jacky. Ci si vede. »
E così dicendo, sparì giù per le scale, a passi veloci ed eleganti, mentre il cielo, da blu intenso, diventava pian piano viola cremisi.

Ice Sight [j.o.]Leggi questa storia gratuitamente!