Capitolo VI

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I buchi neri sulla maschera di plastica bianca sembravano più espressivi di qualsiasi sguardo e mi perforavano l'anima.

Ero seduta in ginocchio, le cosce sui polpacci, i talloni infossati nei fianchi, le scapole appoggiate sul muro, come se volessi entrarci dentro e scappare da lui.

«È stato un bel sogno?» chiese avvicinandosi minacciosamente.

Non riposi. Abbassai lo sguardo. Un ciuffo castano mi scivolò su volto, nascondendomi gli occhi. Provai un leggero sollievo nel sapere di essere nascosta.

«Allora?» incalzò minacciosamente, piegando le gambe per essere più vicino a me. Con la mano ruvida mi scostò il ciuffo dalla fronte e mi sentii di nuovo vulnerabile «ti è piaciuto questo sogno, si o no?»

Senza alzare lo sguardo, i muscoli tesi, mi costrinsi a rispondere.

«S...si» balbettai intimorita.

«Mi fa piacere» disse accarezzandomi la guancia con il dorso della mano.

C'era una forte contraddizione tra la malvagità della sua voce e la dolcezza con cui mi accarezzava che aveva un qualcosa di inquietante.

Arrivò lentamente al mento, sfiorandolo con le dita.

«C'era... il tuo ragazzo?» disse. Sembrava si sforzasse a pronunciare quelle parole, come intimorito dalla risposta, come se non volesse la risposta perché sapeva già che non gli sarebbe piaciuta.

Provai ad alzare la testa, volevo guardarlo negli occhi, ma non trovai altro che due fessure nere inespressive eppure così interrogative. Lo riabbassai debolmente e feci cenno di sì con un movimento quasi impercettibile del capo ma abbastanza ampio da far ondulare qualche lunga ciocca di capelli.

Un lungo respiro spazientito riempì lo spazio dietro la maschera che ne amplificò il suono. Abbassò per un attimo la testa, poi si alzò lentamente. Mi guardava dall'alto e continuava a respirare nervosamente.

Laggiù, rannicchiata nel mio angolo, tentai di coprirmi gli occhi con la mano tremante, per nascondermi a lui.

Improvvisamente il padrone mi afferrò per il polso, appena sotto la manetta di ferro, stringendo con forza e strattonandomi mi costrinse ad alzarmi. Continuai a tenere lo sguardo basso ed iniziai a tremare come una foglia.

Eccola quella sensazione: ancora una volta, come una vecchia amica, la paura era riaffiorata dall'angolo più profondo ed oscuro del cuore, affannandomi il respiro, annebbiandomi la vista ed oscurandomi i pensieri.

Il padrone prese una lunga pausa, come se volesse scegliere bene le parole più appropriate, come se volesse selezionare la domanda più opportuna, senza mai lasciare il mio polso. Alle volte, forse quando i pensieri si facevano più intensi, lo stringeva più forte, facendomi emettere gemiti di dolore che puntualmente ignorava.

«Tu... tu devi essere sincera con me. Non si raccontano le bugie al padrone» disse, quasi tremante.

Non sapevo come agire, perciò mi limitai a fissare il pavimento grigio.

«Mi dirai le bugie?» chiese con un tono al limite della pazzia «Rispondimi! Dì che non dirai mai le bugie al tuo padrone!» prese a gridare stringendo il polso.

«Non dirò mai le bugie al mio padrone...» dissi, le lacrime che inondavano gli occhi.

«Giuralo!» gridò. Iniziai a singhiozzare, ma non risposi «Giuramelo!» potevo sentire le sue dita premere sulle ossa del polso tanto era forte la presa.

«Lo giuro! Ahia! Lo giuro! Giuro che non dirò mai le bugie al mio padrone!» dissi, ormai in preda ad una crisi di pianto.

La presa si allentò ma non per questo divenne meno dolorosa. Ora la stanza era riempita da gemiti e singhiozzi.

«Tu... tu lo ami?» chiese, un po' di tremolio nella voce.

«Si...» risposi fievolmente.

Con un gesto rapido afferrò anche l'altra mano e le portò entrambe contro il muro, così che fossi immobilizzata.

Si avvicinò minacciosamente al mio viso, potevo sentire il suo respiro caldo sul collo, potevo avvertire il suo sguardo penetrante e anche se non vedevo i suoi occhi sapevo che le sue iridi erano fisse nelle mie.

La plastica fredda della maschera mi sfiorò la punta del naso. Non volevo. Non poteva farlo. Tentai di arretrare, ma il muro me lo impedì. Cercai di allontanare il volto, ma immobilizzata com'ero non potevo fare granché.

Era lì. Pronto per baciarmi con quelle sue viscide labbra biancastre lasciate scoperte dalla fessura ritagliata in modo poco preciso dalle cui estremità si vedevano ancora i disegni dell'enorme ed inquietante sorriso che c'era prima. Prima ancora di toccare le mie labbra le aprì lentamente.

Afferrò i polsi con tutta la violenza che aveva in corpo e mi scagliò a terra. Mi ritrovai stesa sul fianco sinistro, il torace dolorante dopo essere caduto proprio sulla catena che giaceva a terra.

Si lanciò con grande furia su di me e afferrò nuovamente i polsi. Le labbra serrate riuscirono a pronunciare con tutto l'odio del mondo: «tu devi amare solo me!»

Si alzò e sparì di corsa, lasciandomi sul pavimento mentre un leggero fischio iniziava a tormentarmi le orecchie.

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Il volto del padroneDove le storie prendono vita. Scoprilo ora