Capitolo V

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Il freddo buio che avvolgeva la stanza tornò a farla sembrare infinita e piano piano, lì fuori, scese dolcemente la notte.

I rumori dolci e tranquilli del mondo di notte attraversarono la piccola grata sbarrata vicino al soffitto: lo zillare ritmico delle cavallette, ogni tanto il rumore degli pneumatici che ruotavano velocemente sull'asfalto sassoso, qualche passo, qualche voce, risate, schiamazzi.

Questi suoni riempivano il buio infinito dello stanzino

Provai ad alzarmi, le braccia pesanti per i pezzi di ferro avvinghiati ai polsi.

Feci qualche passo, fino a che le catene che mi legavano le caviglie non furono completamente tese. Allungai la gamba per fare un altro passo ma venni tirata indietro ed inciampai, feci per mettere le mani avanti ma le catene sui polsi me lo impedirono: caddi sulle ginocchia e sentii la trama dei jeans stamparsi sulla pelle.

Sentivo un male terribile, un dolore lancinante mi attraversava con continue fitte tra le ossa del ginocchio che compressi con i palmi, le labbra serrate appoggiate sui dorsi delle mani, i muscoli del viso contratti e qualche calda lacrima che mi rigava dolcemente il viso.

Quando il dolore si fu attenuato, mi accasciai sul fianco, appoggiai la testa sul braccio piegato, chiusi gli occhi e mi misi in attesa, di cosa non so: forse un salvatore che entrasse da quella porta e mi portasse via, forse un angelo o forse la morte.

L'unica cosa che sopraggiunse, però, fu il sonno.

Il sole si faceva largo prepotentemente tra le fessure della finestra. La stanza era fiocamente illuminata e la luce bloccata fuori dalla finestra le dava i toni dell'azzurro.

Facevo fatica ad alzarmi dal soffice letto, avvolta nel dolce calore del piumone bianco.

Mi alzai assonnata e mi recai in cucina: era accogliente come al solito, con i suoi mobili laccati di bianco che splendevano accarezzati dai primi raggi del mattino e l'odore dei cornetti caldi che riempiva la stanza.

Dal corridoio si sentiva lo scrosciare interminabile dell'acqua che cadeva nella doccia: Vale si svegliava sempre prima di me per preparare la colazione.

Mi sedetti sul divanetto rivestito in pelle ed iniziai a leggere Sonetti di Shakespeare, il libro che stava leggendo Vale.

Lo aprii dove c'era il segnalibro, Sonetto CXVI. Vale ci aveva scritto a matita 116, per ricordarsi meglio.

Alcune frasi erano sottolineate:

Amore è un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;

è la stella-guida di ogni sperduta barca, il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza. Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote dovran cadere sotto la sua curva lama...

Rilessi quelle frasi più volte, rapita dalla bellezza di quei versi. Fui particolarmente colpita dalle ultime parole: se questo è errore e mi sarà provato, Io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.

Pochi istanti dopo, la porta del bagno si aprì, e ne uscì Vale, ancora bagnato con un asciugamano bianco avvolto attorno alla vita e un altro tra le mani mentre si asciugava i capelli con vigore.

Richiusi attentamente il libriccino e mi alzai dal divano.

«Buongiorno» dissi dolcemente.

Vale posò l'asciugamano bagnato sul bancone, mi cinse i fianchi con le possenti braccia nude e mi diede un bacio.

«Buongiorno» rispose sorridente «che ci fai qui a quest'ora?»

«Leggo Shakespeare» risposi, lanciando uno sguardo al volumetto sul divano.

Vale si spostò in cucina e prese due cornetti, porgendomene uno. Lo presi delicatamente. Addentò il suo cornetto, appoggiato sul bancone in marmo della cucina. I capelli mossi così disordinati e umidi gli cadevano sulla fronte, incorniciando il viso squadrato e i grandi occhi castani.

La mascella si muoveva ritmicamente insieme alle guance mentre masticava.

«Dove sei arrivata?» mi chiese, dando un altro morso al cornetto e impugnando una tazza di latte.

«Sonetto ci-ics-vi-i» dissi sorridendo largamente

«Stronza! Lo sai che li odio i numeri romani. Comunque è il cento... tredici?» chiese con una smorfia del viso che sottolineava lo sforzo.

«Sedici» lo corressi dolcemente

«Dai, per due numeri!».

«Peccato che siano tre... Devo iscriverti al corso di matematica che sta facendo Tommy» dissi addentando il mio cornetto

«Ma Tommy non è tuo cugino, quello che sta in seconda elementare»

«Appunto» risi. Mi diede un pugno leggero sul braccio sinistro e mi bloccò davanti a lui. Continuai a ridere, e lui prese a baciarmi dolcemente il collo.

«Il padrone è qui» una voce scura e maligna rimbombava da lontano.

Improvvisamente mi trovai di nuovo nello stanzino, ora illuminato dalla fioca luce del giorno che passava attraverso la grata. Desiderai non essermi mai svegliata.

Il braccio sinistro era avvinghiato alla feroce presa del padrone, che mi prese di nuovo il viso, stavolta con meno forza.

«Dormivi» disse cupamente. Stavolta c'era meno cattiveria nella sua voce «Sono stato qui 15 minuti ad aspettarti. Poi mi sono stancato. Hai fatto un bel sogno?» mi chiese; potevo quasi avvertire un senso di dolcezza nella sua voce.

«Sì» risposi, la voce affogata dal sonno.

Strinse il braccio con violenza e mi gettò nuovamente a terra. L'odio tornò a farsi sentire nella sua voce.

«Smetterai ben presto di sognare. La realtà sarà il tuo incubo»

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Il volto del padroneDove le storie prendono vita. Scoprilo ora