Trouble fallin' asleep, for the past couple nights
Trouble being alone, I've been losing my mind
But I don't want any trouble, it just chooses to find me

Gli attacchi di panico mi vengono di colpo. Non so nemmeno se siano veri e propri attacchi di panico, mi sembra di impazzire ogni volta. Perdo la concezione della realtà, mi smarrisco nei miei stessi pensieri e non è bello. È come morire, sgretolarsi, ridursi in cenere. Le mie mani mi graffiano il viso, il collo, urlo disperata e mi dimeno come se volessi uscire dal mio stesso corpo, cosa che non posso fare. Ci sono un sacco di cose che non sono in grado di fare in questo mondo, e a quanto pare scappare da me stessa rientra nella categoria.
Ho paura. Non so di cosa, ma sono terrorizzata. È una strana tristezza che mi pervade, un senso di solitudine e smarrimento totale che mi avvolge e mi fa andare fuori di testa. I calmanti di Deb potrebbero farmi effetto ma non prenderò mai più quelle pillole. Ad essere sincera, non prenderò più pillole di alcun tipo in vita mia. Ogni medicina che mi viene somministrata in pastiglie finisco per vomitarla immediatamente. Perdo peso rapidamente, tanto veloce quanto riesco a perdere la testa. L'ultima volta mi sono graffiata e ho pianto così tanto da farmi venire voglia di vomitare, e sentivo sapore di sangue. Mi ero spaccata un labbro con le mie stesse mani, senza accorgermene.
Sto morendo. Sto morendo lentamente, attimo dopo attimo. Perdo pezzi per strada, il colore del cielo non lo ricordo più e tutto ciò che vorrei fare è sparire per sempre. Ma ho paura. Forse è proprio di questo che sono spaventata: di morire. Di andarmene da questo mondo. Ma sto combattendo? Sto facendo qualcosa per restare? No. Mi sto lasciando andare a me stessa. E io lo so, che sono il mio più grande nemico.

Quando sono rientrata a casa dall'ospedale è stata Serena ad accompagnarmi, insieme a Siara. Sembra vadano molto d'accordo.
A casa c'erano Amanda e Deb, mi guardavano come se fossi stata su una sedia a rotelle e pronta a buttarmi dal corridoio del palazzo, ma non era nelle mie intenzioni. Bensì mi sono seduta a tavola e ho chiesto a Deb se nel bollitore del tè ci fosse abbastanza acqua per tutte.
Adesso passo la maggior parte del mio tempo rinchiusa in camera mia ed esco solo per andare in facoltà, dato il nuovo orario del secondo semestre. Non so perché mi guardi attorno, so bene che non rivedrò il viso di Brett che mi scruta da lontano, o la macchina bianca di Oli ad aspettarmi fuori. Riconosco che tutte queste cose non faranno più parte della mia vita, così come riconosco che adesso cammino col volto basso, quasi rischiando di andare a sbattere contro le persone.
Mia madre mi ha chiamato perché è stata avvisata da Siara e ha saputo più o meno tutto: di Oli, di me. Le ho dovuto spiegare che non si trattava di droga come l'ha chiamata lei, ma dei farmaci della mia coinquilina. Mi ha detto di andare da uno psicologo ed io le ho chiuso il telefono in faccia. Mio padre non si è degnato di farmi nemmeno uno squillo e a me sta bene così.
In realtà l'idea dello psicologo mi era già stata proposta dai dottori, che sostengono possa essere un'ottima terapia per capire cosa ci sia che non va in me. Ma io lo so cosa c'è di sbagliato, non ho bisogno di farmelo diagnosticare da qualcuno con lauree ed attestati appesi alle pareti del proprio studio.
Il cielo è nuvoloso come al solito quando esco di casa. Sobbalzo trovando Louis poggiato contro il muro accanto al portoncino, una sigaretta appena accesa tra le dita.
Lo guardo facendo mezzo passo indietro ed i suoi occhi celesti sono acquosi e piccoli.
"Ho bisogno di te" dice fermo e sicuro. Questa sua audacia contrasta con lo sguardo supplichevole che mi lancia e che non riesco ad ignorare. Ho un certo rifiuto verso Louis, ora come ora, quindi mi limito a guardarlo, e non so se sia il colore dei suoi occhi o la loro forma o l'espressione con cui mi osserva, ma non riesco a voltarmi e andarmene. Deglutisco, so bene che ho lezione e che dovrei dirigermi presso l'università, ma so anche che io e lui condividiamo qualcosa di molto grande e di molto profondo.
Stringo le labbra.
"Vieni con me" gli dico.

Louis siede sull'altalena accanto alla mia, non piove ancora ma si sentono dei tuoni in lontananza. Le mie dita sono chiuse attorno alle catene che sorreggono la seggiola in legno su cui siedo, mentre mi dondolo leggermente, facendo cigolare le giunture sulla mia testa.
Louis sta in silenzio. È quasi snervante stargli affianco senza sapere cosa dire o cosa fare, se non occupare questi momenti coi movimenti lenti ed attenti dell'altalena.
Tira su col naso ed inspira a fondo, è la quarta volta che compie questo gesto e sono quasi certa che non parlerà nemmeno adesso e invece mi stupisce, biascicando qualche parola incerta, di cui sicuramente si pente subito dopo.
"Stavamo discutendo" mormora.
I miei occhi lo cercano e lo trovano immobile al mio fianco e aspetto che continui a parlare, sperando che lo faccia. Lo so che si riferisce ad Oli e all'incidente, non necessita di esplicitarlo.
"Le solite stronzate, perché alla fine litigavamo per stronzate"
Calcia via una pietrolina, non mi guarda. Fa un sacco di pause mentre parla, i suoi pensieri temo che siano più torbidi dei miei. Non riesco comunque a trovare niente da dirgli.
"Mi sono agitato e credo... credo di aver perso il controllo" continua, incerto. "La strada era scivolosa, non so bene come sono andate le cose, so soltanto che... lei era nel sedile del passeggero e poi non c'era più"
Sento il dolore irradiarsi nel mio petto e raggiungermi ogni singola e minima estremità, fino ai capelli.
"Non c'era più. Non c'era più per davvero"
Queste parole mi squarciano con una velocità tale da mozzarmi il fiato e non riesco più a guardarlo. Fisso le mie scarpe, il terreno sotto di me, l'erba tagliata e la fanghiglia sotto quest'altalena.
"Non dovrei dirlo a te, hai ben altro a cui pensare e mi dispiace per tutto quello che ti è successo" adesso parla più in fretta, come se non volesse far trasparire le sue emozioni. Louis è tremendamente orgoglioso perfino adesso, disarmato, coi muri crollati e distrutti, inerme ed indebolito. Esattamente come me. "Ma sei l'unica che può capirmi"
Io e lui condividiamo lo stesso dolore. Condividiamo lo stesso immenso e distruttivo dolore.
Solleva il viso verso il cielo ed è questo suo movimento che cattura la mia attenzione, prima che deglutisca.
"Credo di averla amata" sussurra. Un tuono, Louis scatta in piedi, fulmineo. "Mi hai sentito, Oli? Io ti amavo" sbraita. "Ti amavo!"
"Louis" lo chiamo quasi senza voce mentre le prime gocce scendono sul mio capo e sul terreno ed i miei occhi si inumidiscono.
"Ti amavo, stronza! E tu te ne sei andata!" urla contro il cielo con la voce che gli graffia la gola, furioso, stringendo i pugni così forte da farsi diventare le nocche pallide.
"Louis, basta!" mi alzo e lo afferro per le spalle, trovando il suo viso rigato dalle lacrime. Mi guarda con gli occhi cerulei infestati da fantasmi che non ho mai visto, colpevoli, abbandonati. È destabilizzante vedere Louis così e le mie labbra tremano mentre continuiamo a guardarci in silenzio, circondati dalla pioggia che scende sempre più fitta e fredda, rumorosa.
"Se n'è andata" gli dico ed è più forte di quanto pensassi ammetterlo anche a me stessa. Sto riconoscendo la totale assenza di Oli nelle nostre vite e fa un male cane. Fa così male che l'aria mi punge e come può l'aria pungere? Come possono i miei occhi bruciare così tanto? Come posso provare così tanto dolore e reggermi ancora in piedi?
La fronte di Louis si corruga, la sua bocca si piega verso il basso e singhiozza di fronte a me e poi contro il mio corpo, che si schianta contro il suo per stringerlo con le mie esili braccia. Louis si attacca a me con disperazione, piangendomi addosso, e l'erba sotto i nostri piedi tocca le nostre ginocchia mentre ci bagnamo di lacrime e pioggia, senza più essere in grado di differenziarle. Trema a lungo ed io con lui, lo lascio fare. Non ho niente di meglio da offrirmi, anche se mi ha strappato via Oli. Ne paga le conseguenze tanto quanto me.

I miei occhi pesano quando ritorno a casa, così come le mie braccia e le mie spalle, che sentono ancora Louis addosso. Ho freddo, la pioggia mi ha inzuppata e la sento scrosciare da oltre la porta d'ingresso di casa, su cui poggio con tutto il mio corpo.
La luce in cucina è accesa e sento il rumore di un cucchiaino che sbatte, ma non esce nessuno; deduco che sia Ruth perché le altre sono a lavoro. I loro turni sono appesi al frigorifero e adesso li conosco anch'io. Amanda entrerà in maternità fra non molto a giudicare da quello che le ha detto il suo titolare.
Inspiro ed espiro fissando il nulla, il buio del corridoio piccolo e stretto, finché ho riacquisito le forze necessarie per trascinarmi al piano di sopra e verso il bagno, così striscio i piedi sul pavimento.
Ruth è l'unica che non striscia la sedia del tavolo quando si alza, ma porta indietro lo schienale, sta in equilibrio sulle gambe posteriori della seggiola e si districa dalla sua posizione. Per questo non la sento abbandonare il suo guscio ed uscire dalla cucina per fermarsi alle mie spalle.
"Mila, guardami"
La sua voce risulta sicura e prepotente e mi immobilizzo dandole le spalle, stanca morta e sviscerata internamente.
Mi volto piano e la scorgo diversi passi distante da me, con addosso una felpa nera, i capelli sciolti sulle spalle e l'espressione seria e concentrata ma timorosa. Ruth non affronta nessuno, non è mai pronta a farlo. Scorgo la sua sicurezza vacillare non appena i nostri occhi si incrociano e forse il nostro faccia a faccia cancella ogni sua intenzione, perché mi fissa impaurita, come un cucciolo indifeso.
Non riesco a detestarla, non ne ho le forze. È apatia quella che sento, apatia verso ogni cosa. Non ho più Oli, non ho più Harry. Temo di non avere nemmeno me stessa, ormai.
Gonfia il petto ma prima che possa dire qualsiasi cosa la blocco parlando e dando voce ai miei pensieri.
"Mi dispiace" soffio e lei mi guarda stranita e penso che sia normale: mi sto scusando io, quando dovrebbe farlo lei.
Schiude le labbra, respira più forte.
"Mi dispiace Ruth," ripeto. "ma non c'è niente che tu possa fare"
Lo so che posso risultare debole agli occhi di chiunque, dopo il gesto che ho commesso. Lo so perché tutti sembrano preoccuparsi per me, hanno paura che possa sgretolarmi di nuovo, ma non ho le forze nemmeno per quello.
"Non posso perdonarti" dico. "Non ci riesco"
Le sue sopracciglia si incurvano e poi la sua fronte si distende mentre indietreggio verso le scale e scuoto la testa con lentezza.
"Scusa" biascico ancora una volta prima di portare i miei piedi sui gradini.
Ruth ha asciugato le mie lacrime, mi ha abbracciata, si è addormentata sul mio grembo, si è presa cura di me con dei semplici sguardi, mi ha stretta durante la notte di Capodanno e poi mi ha strappato di dosso la parte migliore di me. Io non sono una persona che tiene rancore, né meschina o vendicativa. E non riesco proprio a scacciare la sensazione di nausea al solo pensiero di ciò che i miei occhi hanno visto.
Ora come ora, sono soltanto stanca. Nient'altro.

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