Broken heads in hospital beds
Saving ends and pulling your friends
While you're chasing the first line

C'è un momento di dormiveglia, tra il sonno ed il risveglio, che è un po' la pace dei sensi, un limbo che non vorresti mai abbandonare, anche se sai che ti stai svegliando e che quello che sogni e percepisci non è reale. C'è anche un leggero stordimento che ti fa chiedere per qualche istante "Dove sono?", mentre annaspi alla ricerca di una risposta che possa riportarti a galla per vivere la tua vita.
Quando io mi risveglio, tutto questo è ampliato e mi sembra di essere intrappolata in un incubo. C'è un respiro profondo che precede l'apertura dei miei occhi, che incontrano una stanza che non ho mai visto. Il mio corpo reagisce dolendo in quasi ogni singolo punto, fermo ed immobile, disteso su un letto che non mi appartiene.
C'è una finestra, una poltrona in un angolo, una sedia affianco a me ed un comodino con dei girasoli quasi appassiti, l'unico colore in tutto questo bianco candido e che mi mette ansia.
Lo so che sono in una stanza d'ospedale, la riconosco subito e riconosco anche gli aghi e i tubicini che mi hanno attaccato addosso e che anche se non pizzicano più li sento prudermi contro la pelle.
C'è un silenzio snervante ed atroce, ho la gola secca e vorrei dell'acqua, mi sento uno schifo totale e l'ultima cosa che ricordo è la doccia. Nient'altro.
Cerco di tirarmi a sedere, nella più completa solitudine, ma la porta si apre ed un cappotto rosso scuro con dei boccoli color cioccolato compaiono sulla soglia.
"Mila" la voce di Siara trema quando pronuncia il mio nome, stringe un bicchiere fumante tra le mani e si affretta a raggiungermi. "Ti sei svegliata"
Sembra sorpresa, questo mi intimorisce. Mi stringe in un abbraccio caldo e soffocante, che non comprendo affatto e quando poi mi guarda noto che ha gli occhi lucidi, le sue mani che scivolano via dal mio viso con lentezza e cautela.
"Da quanto sono qui?" chiedo, e scopro che la mia voce è rauca e addormentata, un po' come i miei piedi, freddi e distanti.
"Quasi due giorni" è la risposta e mi sembra di essermi persa secoli interi. Mi guardo attorno un po' disorientata e le domande si accavallano nella mia mente come tasselli di un domino pronto a crollare al minimo movimento.
"Come..." faccio una pausa in cui mi lecco le labbra. "Come ci sono arrivata qui?"
Siara si accomoda e si agita un po' sulla sedia che presumo abbia messo lei accanto al mio letto. Sono felice che ci sia lei con me e non qualcun altro. Sono felice che sia al mio fianco nonostante la situazione.
Abbassa lo sguardo inspirando prima di rispondermi, il bicchiere ancora tra le sue mani.
"Ti ha trovata Harry. Non eri al funerale ed è andato a cercarti, è stata Ruth ad aprirgli"
È una sensazione strana quella che mi pervade. Non so se sia data dal fatto che sia stato Harry a trovarmi e portarmi qui o per la presenza di Ruth in tutto questo. Non riesco ancora a liberarmi dei loro corpi avvinghiati. Riesco quasi a sentire il sangue scorrermi nelle vene.
"È rimasto qui giorno e notte"
Queste informazioni non mi aiutano ma immagino che Siara voglia farmi sapere quello che Harry ha fatto per me. Posso decidere di detestarlo quanto voglio, ma mi ha salvato la vita.
"Dov'è adesso?" chiedo piano.
Siara scuote la testa.
"Non qui. Gli ho detto di tornare a casa, sono solo le sei del mattino ed è rimasto fino alle tre"
Mi si stringe il cuore nel sapere che Siara è rimasta tutta la notte sveglia per me, mentre io ho messo in pericolo la mia esistenza. Deglutisco a disagio e lei mi stringe una mano, non troppo forte ma il tanto giusto da farmi bene. Mi sorride e non dice nient'altro, alzandosi.
"Vado ad avvisare gli altri, sono stati tutti abbastanza preoccupati"
Mi chiedo dove sia mia madre, mentre guardo Siara uscire dalla porta, i suoi capelli che ondeggiano insieme al suo corpo. Mi domando perché non sia qui con me e non mi interesso minimamente a mio padre, forse non sa nemmeno cosa mi è successo.
Mia madre conosceva Oli, ma non mi sono preoccupata di avvertirla dell'accaduto e forse nessuno si è premurato di avvisarla. Mi accorgo che non la sento da un po' di tempo e che questo non fa che dipingere il nostro rapporto in maniera scostante e staccata. Quasi non so nulla di lei, così come lei non sa niente di me.
Siara ha detto che sono stati tutti molto preoccupati ed io non volevo davvero far impensierire nessuno. Penso ad Amanda, mi chiedo se stia bene o se le mie stronzate abbiano compromesso la sua gravidanza; gli spaventi non sono la cosa migliore per le donne in gestazione, non vorrei mai averle creato delle complicazioni.
Poi penso a Cara, che è uscita poco prima che mi buttassi a capofitto nel baratro, lasciandomi sola ed in balìa di me stessa ed io al suo posto mi sentirei in colpa, anche se so benissimo che lei non c'entra niente. È una colpa immeritata perché lei non ha fatto nulla, semplicemente non era lì perché doveva vivere la sua vita ed io non le attribuisco nessun fardello.
Poi c'è Ruth, che non si è accorta di nulla. L'acqua nella doccia continuava a scendere, io restavo lì e lei, conoscendo i nostri turni, deve aver intuito che fossi io quella chiusa in bagno. Nessuna domanda, nessun "Mila, tutto ok?" perché a malapena ci guardiamo. Forse anche lei si è sentita in colpa.
Ed infine penso a Deb. Le pillole erano sue e nel vasetto non so nemmeno se ne sia rimasta qualcuna, sinceramente. Lei credo che si senta più in colpa di tutte le altre messe insieme, ma non deve. Sono stata io a decidere di commettere quel gesto sconsiderato, io a scegliere di aprire il barattolo ed ingurgitare tutte quelle pasticche. Lei non c'entra niente coi miei gesti.
La porta scricchiola quando viene aperta e l'alta figura si immobilizza sulla soglia, mentre i miei occhi si incollano ai suoi.
Harry mi guarda con le labbra serrate in una linea stretta, i capelli portati all'indietro forse dalle sue stesse mani, le sopracciglia arcuate e gli occhi gonfi di sonno. Indossa probabilmente le prime cose che ha trovato e ha il cellulare in mano. Restiamo a guardarci diversi istanti, in silenzio, lui in piedi ed io seduta su questo letto che somiglia più ad una prigione, finché la sua espressione si addolcisce e fa qualche passo in avanti.
"Sei viva" lo dice in un sussurro e mi tremano le gambe, anche se sono distese.
Distolgo lo sguardo dal suo, il mio punto debole più grande, e non rispondo.
Intasca il cellulare e deglutisce.
"Vuoi che vada via?" mi chiede.
Riporto i miei occhi su di lui e il suo viso è così bello da farmi stare male. Non posso dirgli una cosa del genere, non dopo che è stato lui a salvarmi.
Scuoto piano la testa senza parlare e poi la abbasso sulle mie mani.
Harry si muove lento verso la poltrona all'angolo. Non si siede sulla sedia vicino a me, ma il più lontano possibile e non so se lo faccia per me o per lui.
Devo dire qualcosa, mi sforzo di trovare le parole giuste ma mi sembra tutto insensato ed inutile. Alla fine scelgo l'approccio più banale ed insulso.
"Mi hai salvato la vita"
Gli occhi di Harry mi trovano immobile nella stessa posizione e i palmi delle sue mani sfregano l'uno contro l'altro.
"Devo ringraziarti"
"No, non devi"
"Ma voglio farlo"
"Non è necessario" continua con tono severo. Mantiene i palmi uniti che raschiano tra di loro e sposta gli occhi su di essi, come affranto.
Io me ne sto immobile, sormontata da una serie di pensieri ed emozioni che mi confondono e che vorrei chiudere in un cassetto per poi buttare via la chiave.
"Non è colpa tua" sussurro quasi con vergogna. Harry non mi risponde, come se non avessi parlato. Rimugina su queste parole ed io mi sento in dovere di ripetere il concetto. "Non c'entri"
Inspira a fondo e porta il viso verso di me, guardandomi triste ed abbattuto. Non so che aspetto io abbia, ma ai suoi occhi non dev'essere piacevole.
"Ironico" dice. "Sei ancora tu che paghi per me"
Riesco quasi a racchiudere il dolore nelle sue parole, una colpa così grande che non riesco a contenere. Ho un cappio attorno al collo che mi stringe così forte da farmi mancare il fiato, ma in realtà sono soltanto io che vado in apnea perché ho paura di piangere.
"Non sto pagando per te" non sono autoritaria come vorrei e lui sorride sghembo, come se sapesse che sto dicendo una bugia. Io non sono una bugiarda Harry, devi credermi. Non sono mai stata bugiarda con te, te lo giuro.
"Non devi dirmi niente"
Ma io vorrei dirgli tutto quello che mi passa per la testa, anche se sono frasi disconnesse e alla rinfusa, perché forse lui riuscirebbe a capirle lo stesso, a metterle in ordine e a restare.
Invece non dico niente. Me ne sto zitta con questa cosa dentro, un fardello che non sono in grado di tradurre nemmeno per lui.
Adesso si alza, gli schiocca un ginocchio, si avvicina a me lento e cauto e mi posa una mano sulla nuca, è grande e calda. Le sue labbra si posano sulla mia fronte ed io vorrei baciarle di nuovo, vorrei sentirle passare su ogni lembo della mia pelle, ma questo contatto dura troppo poco, non mi lascia nemmeno il tempo di abituarmi al suo tocco e al suo profumo così familiare, di chiudere gli occhi per far finta che non sia mai successo nulla, che in realtà queste lenzuola siano quelle del suo letto e che questa stanza sia circondata da quadri e disegni. Si allontana pallido, la sua mano scivola via da me e "Harry" lo chiamo piano, ma lui forse non mi sente o fa solo finta ed è fuori dalla mia camera prima che io possa fare o dire altro.
Se ne va così, senza nemmeno offrirmi il tempo che mi servirebbe per riprendermi, per pensare alle parole da dirgli, per provare a rimettere le cose al loro giusto posto.
Mi fa male la testa, Siara rientra dopo circa dieci minuti in cui ho sperato che lui tornasse indietro da me, ma non l'ha fatto. Non so dove sia, so soltanto che si è portato via anche le ultime mie briciole.
"Stai bene?" mi chiede la mia amica preoccupata.
La guardo a lungo, poi mi lecco le labbra.
"Sì," rispondo ed inspiro. "sono viva"

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