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L. Einaudi – Experience


Charlotte

«No, mamma, non voglio farlo.»

«Dài, ti assicuro che sarà bello.»

Guardai la piscina davanti a me e scossi con vigore la testa. Feci un passo indietro e mi aggrappai alla gamba di mia madre. Gli altri bambini, invece, giocavano dentro l'acqua.

«Charlotte.» Mamma si piegò sulle ginocchia, poggiò le mani sulle mie spalle e mi fece voltare per guardarmi in viso. «Ci sono io, con te. Non ti accadrà niente, te lo assicuro.»

Lanciai un'altra occhiata all'acqua. In quel punto era bassa, lo sapevo, vedevo un paio di bambini alti più o meno quanto me, e il livello corrispondeva al bacino.

«Magari affogo.»

«Non accadrà.» Si accorse del mio sguardo poco convinto e chiuse le mani a coppa sul mio volto. «Rimarrò al tuo fianco per tutto il tempo.»

«Ma tu non puoi entrare», le feci notare. I genitori, infatti, erano da tutt'altra parte. Si limitavano a guardare i figli da lontano.

«Lo so, ma starò qui. Ti terrò per mano, okay?»

Avevo da sempre paura dell'acqua. Preferivo addirittura fare la doccia anziché un bel bagno caldo durante l'inverno, ma ero stata io a chiederle di accompagnarmi in piscina, che reputavo in qualche modo più sicura del mare.

Alla fine, dopo aver scoccato un'ultima occhiata agli altri bambini, presi un profondo respiro e annuii. «Okay, va bene», mormorai. «Ma tu tienimi per mano davvero.»

Mi sorrise. «Certo. Sempre.»

«Sempre», ripetei.

Sento le palpebre pesanti, come se dei piccoli sassi stessero forzando gli occhi a rimanere serrati. Provo ad aprirli, ma li richiudo l'attimo successivo perché vengo abbagliata da una forte luce bianca, quasi accecante. Il mio corpo rimane innaturalmente immobile, i muscoli non rispondono ai comandi del cervello. Tutti i tentativi di muovermi sono inutili. Alla fine, mi lascio cullare dal buio.


«Evviva!» esclamò Cindy, battendo le mani sul tavolo. Un bicchiere cadde a terra con un tonfo e si frantumò in mille piccoli pezzi.

Roteai gli occhi, ma trattenni a stento una risata. Lei e mio padre erano praticamente... ubriachi. Papà, infatti, continuava a soffiare dentro una banale trombetta, particolarmente divertito dal suono che produceva.

Anche Liam stava partendo per la tangente.
Annabelle, invece, se ne stava seduta sul dondolo e, di tanto in tanto, mi indicava papà, come a voler dire: "che imbarazzo."

Mia madre si era occupata di tutto: dai decori che imbellivano il giardino alla torta a due strati che riportava delle piccole sagome di alcuni personaggi dei cartoni. Sapeva che li adoravo, nonostante mi fossi appena laureata e perciò "fuori età" per i cartoni.

Mi resi conto che mamma se ne stava un po' in disparte e mi fissava. Così, dato che tutti i presenti erano occupati a gridare e brindare anziché prestarmi attenzione, mi avvicinai a lei.

«Tutto bene?» le domandai.

Mi regalò un sorriso, ma era tirato e forzato. «Certo, tesoro.»

«No, non è vero. Cosa c'è che non va?» tentai ancora.

Sospirò senza smettere di sorridere. Allungò le mani e mi sistemò i capelli. «Ormai sei adulta. Fatico un po' ad abituarmi, solo questo.»

Doctor Dream (3&4)Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora