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1000 Oceans – Tokio Hotel

Harry

«Avevi solo un compito!»

All'ennesimo grido di Alan trattengo a stento uno sbuffo, solo perché sono troppo preoccupato per Charlotte e non ho voglia di discutere con lui.

«Un solo, fottuto compito, Harry!» Si passa le mani sulla testa e temo possa strapparsi la carne da un momento all'altro. «Uno, Harry. Sei una testa di cazzo! Non servi a niente!»

Non sono dell'umore per intavolare una discussione infuocata con lui, preferisco dargli la possibilità di insultarmi a ruota libera perché un po' me lo merito. Non credevo che un bagno potesse rappresentare un pericolo, ma devo aver sottovalutato le possibilità di fuga. Non saprei.

«Sei una testa di cazzo!» sbraita ancora Alan.

Stavolta alzo gli occhi al cielo. «Senti, l'ho lasciata in bagno. Capisci? In bagno. Non potevo seguirla anche mentre stava lì.»

«E invece avresti dovuto!»

«Sì, certo. Cosa avrei dovuto controllare? Che avesse le mutande nel verso giusto e aspettarmi magari la sua approvazione alla mia presenza?»

Punta i suoi occhi sulla mia figura e mi sento all'improvviso alto a malapena cinque centimetri. Ho sottovalutato le probabilità di fuga, ma anche la rabbia che Alan sta provando. Mi vorrebbe strangolare con le sue stesse mani, scavare una fossa e buttarci il mio corpo dentro. Sono sicuro che non gli dispiacerebbe neanche tagliarmi a pezzi.

Si avvicina a me con due falcate, risultando comunque più basso. «Avresti dovuto aspettare fuori dal bagno. La conosci da mesi e ancora non hai capito come funziona il suo cervello? Appena vede una possibile via di fuga, lei scappa. Non ti è ancora chiaro e hai bisogno di uno schema esplicativo?»

«Mi sono fidato di lei, Alan», ribatto. «Per una volta, non ho voluto pensare a una possibile fuga.»

Il suo sguardo muta in un battito di ciglia, e i suoi occhi diventano indagatori. Sta provando a spaccarmi il cranio con la forza del pensiero per arrivare dritto al mio cervello.

«E perché stavolta ti sei fidato? Cosa è cambiato dalle altre volte?» sibila.

Ovviamente non posso dirgli la verità. Non posso raccontargli quello che è accaduto nello sgabuzzino, perché mi sparerebbe come minimo a una gamba.

«Mi sono fidato di lei perché non sembrava fosse concentrata alla ricerca di una via di fuga». Non sto mentendo, è la verità. Quando Charlotte ha parlato, pareva davvero desiderosa di lasciare la festa e stare sola con me. «Ecco perché sono convinto che non sia scappata. Non di sua volontà, almeno. Non avrebbe lasciato la sua borsa nel bagno di un locale. I suoi documenti sono ancora lì dentro, stessa cosa la pistola. Non l'avrebbe mai fatto», spiego.

«Stronzate!» grida. «Tutte stronzate, Harry. Ha solo fatto bene i calcoli: lasciando in quel bagno questa», dice, facendolo ciondolare la borsa davanti al mio viso, «si sarebbe assicurata che nessuno l'avrebbe seguita, perché magari è convinta che qualcuno di noi le abbia infilato da qualche parte una microspia.»

Scuoto lentamente la testa. «Quando...» Sono costretto a bloccarmi. Alan non sa di Salem, e io non dovrei dirglielo. Tuttavia, questa situazione richiede la mia completa sincerità. «Quando è scappata a Salem, ha portato con sé tutto. Quando scappa, è quasi sempre consapevole che tutto potrebbe essere una trappola. Non è così stupida... o così furba, dipende dal punto di vista.»

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