It takes a lot to give, to ask for help
To be yourself, to know and love what you live with
It takes a lot to breathe, to touch, to feel
The slow reveal of what another body needs

Dal Tower Bridge mi sembra che Londra sia infinita. Anche di notte. Anche dopo che ha piovuto. Anche da sola e con questo freddo.
In realtà non sto guardando niente e la sigaretta tra le mie dita si sta consumando da sola, perché è la quarta che accendo nel giro di mezz'ora e forse non ho mai voluto fumarla per davvero. Non so perché sono qui invece che in un posto caldo, ma non mi va di tornare a casa, non nella situazione che c'è.
Non ho detto niente alle altre, ma tutte sanno cos'è successo, credo per mano di Ruth, che almeno ha avuto la decenza di ammettere le sue colpe. Cerco di non farmi trovare in casa, non ho voglia di parlare con nessuno. Non rispondo alle chiamate di Harry e nemmeno ai suoi messaggi, non cancello il suo numero perché così so quando mi sta chiamando e riesco ad evitarlo. "Ho bisogno di parlarti", mi scrive, ma lo ignoro come se tutto questo non facesse male.
Non parlo nemmeno con Louis o Zayn o Niall o Liam. Credo che Serena sappia tutto perché mi guarda ma non dice niente ed io la vedo anche senza sollevare gli occhi dalle mie mani, che adesso hanno le unghie corte e mangiucchiate.
Il fumo che espiro in realtà è solo aria gelida, che esce a grandi boccate dal mio corpo che ormai mi sembra inutile e marcio.
Non sono mai stata così apatica in vita mia. Nemmeno prima di conoscere Harry, quando il mio futuro non mi spaventava. A pensarci bene, ho iniziato a pensare con serietà al mio avvenire solo con il suo arrivo, una coincidenza che mi fa storcere la bocca in un sorriso afflitto e amaro, mentre la mia gola si chiude e vado in apnea per qualche istante, per non frignare come una demente.
Lascio cadere la sigaretta e mi allontano infilando le mani in tasca, dirigendomi verso casa, anche se casa più non è.

Giro le chiavi nella toppa, apro sentendo dei rumori in cucina e non guardo nemmeno chi c'è nella stanza perché non m'interessa. Mi trascino verso il piano di sopra e quando sono agli ultimi tre scalini sento la porta della camera di Deb aprirsi e Ruth mi appare davanti. Restiamo paralizzate entrambe per qualche secondo che mi sembra interminabile e mi accorgo che sto respirando profondamente, senza sbattere le palpebre, come se facendolo potessi perdere chissà quale battaglia. Ma io ho già perso, ed infondo non m'importa più niente di niente.
Ci guardiamo, studio la sua espressione di stupore, le labbra schiuse e i capelli mossi sulle spalle, ma non mi dice niente. Distolgo lo sguardo e continuo a dirigermi verso la mia stanza, dove mi rintano chiudendomi la porta alle spalle, sicura che Ruth non farà mai nessun primo passo.

Non so quanto tempo sia passato ma le gocce di pioggia si infrangono contro la finestra della mia camera e io le osservo immobile, la testa così affollata che mi sembra vuota, completamente vuota.
Sono i due colpi alla porta, non troppo leggeri, che mi destano da questo intorpidimento apatico e mi volto di scatto verso l'uscio che si apre, scorgendo la figura di Amanda, un po' più in carne del solito. Ha le guance più gonfie e indossa dei pantaloni da ginnastica ed un pesante maglione rosso fuoco. In mano tiene due piatti e si fa strada nella mia minuscola stanza senza aspettare che io le dica niente.
"Non ho fame" la informo mentre si accomoda nel mio letto, poggiando la schiena contro il muro esattamente come me e chiunque decida di sedersi qui.
Poggia il piatto sulle lenzuola e scrolla le spalle.
"Vorrà dire che lo mangerò dopo che finisco il mio" dice piano. "E mi avrai sulla coscienza perché somiglierò ad una balena"
Scuoto impercettibilmente la testa mentre la osservo mangiare i suoi maccheroni, dopodiché mi volto di nuovo verso il vetro bagnato dal temporale e mi stringo le ginocchia contro il petto. Sento Amanda masticare nel silenzio di questa casa che mi sembra vuota ed angusta. Sospira leggera.
"È un maschio" dice.
La guardo un poco sorpresa e lei non solleva lo sguardo dal suo piatto.
"Sono andata dalla ginecologa e le ho chiesto di dirmi il sesso del bambino" mi spiega. "Ma non ho ancora un nome"
Infila un'altra forchettata in bocca, passandosi poi i capelli su un lato.
"Le altre mi hanno suggerito cose come Josh e Tim ma mi sembrano nomi da cartone animato" commenta. "Non li sento suoi"
Rivolgo di nuovo le mie attenzioni altrove, pensierosa. Mi immagino le caratteristiche del bambino ma mi riesce parecchio difficile considerando che non ho idea di che faccia abbia il padre. Vorrei chiedere ad Amanda come ha fatto con lui, quanto è stata dura la loro separazione o se si vedono ancora, ma non ci riesco. Sono troppo stanca perfino per interessarmi della sua vita, perché la mia sembra distruggermi sia fisicamente che psicologicamente.
"Jonah" lo dico in un sussurro che mi scappa senza che nemmeno me ne renda conto. Amanda mi guarda con la bocca piena.
"Come?" non ha sentito e io mi giro verso di lei mantenendo però lo sguardo basso, come una ladra.
"Jonah" ripeto. "Ti piace?"
Aggrotta la fronte mentre continua a masticare, ci pensa un po' su, lo capisco da come mi guarda. Inghiotte e annuisce piano.
"Sì, mi piace"
Non dico altro e lo stesso fa lei. Distolgo lo sguardo, lo porto sul piatto che mi ha portato e le mie mani si allungano per prenderlo.
Amanda non sorride esplicitamente, ma so che vorrebbe farlo.

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