Capitolo II

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Arrivai all'Università alle 8.10. L'Università mi piaceva: l'ingresso era uno stanzone enorme e moderno, con bacheche appoggiate qua e la, divanetti colorati sempre affollati di studenti indaffarati con enormi libri, appunti, matite ed evidenziatori.
C'erano due larghe scale, una a destra e una a sinistra che portavano al piano superiore. Mi accinsi a prendere quella sinistra quando una voce da dietro mi bloccò:

«Il solito culo! Cinque minuti prima della lezione» era una voce di donna, eccentrica e divertita. Quella voce apparteneva a Lia, la mia migliore amica.
Lia era una ragazza bassina e magra, aveva lunghi e indomabili capelli rossi e mossi che le incorniciavano il dolce viso dalla carnagione un po' pallida tempestato di piccole lentiggini che le avvolgevano il nasino alla francese.
Indossava un maglioncino verde leggero che s'intonava alla perfezione con quelle iridi color del ghiaccio e un jeans.
Aveva le braccia incrociate e mi sorrideva.

«Non è colpa mia se ho un talento naturale nell'organizzare la mia vita» dissi mentre salivamo i grossi gradini della rampa sinistra, dirette verso l'aula di Spagnolo. «L'unico talento che ti riconosco, ed è un grande talento, è quello di svegliarti appena suona la sveglia» farfugliò Lia rovistando nello zainetto.

La lezione di Spagnolo si dileguò in fretta. Lia raccolse le sue cose in fretta e in furia e si affrettò ad uscire dall'aula sbuffando: la lezione non le era piaciuta. La imitai, e la raggiunsi.

«Ahora, queridos estudiantes, podeis dejar el aula» disse imitando la voce del professore «non lo sopporto! È una palla colossale!».
«A me è piaciuta invece» risposi sorridendo.
«Ma cosa?! Quello sarebbe un insegnante? Quella sarebbe una lezione interessante? Sel cosa abbiamo ora?».
«Filosofia della mente» risposi.
Le s'illuminarono gli occhi: «Una materia decente! Filosofia della mente e intelligenza artificiale!» Si fermò a pensare e capii che voleva fare una battuta «intelligenza artificiale! Ecco che cosa ci vorrebbe per il professore di Spagnolo!».
Risi di gusto, dopodiché ci ritrovammo nell'aula di FMIA.

Nel bel mezzo della spiegazione, il telefono prese a vibrare: era un messaggio di Vale:

"Amore oggi Paolo passa di qui così ho pensato di invitarlo a pranzo da noi"

«Merda!» mi lasciai sfuggire. Lia incuriosita aggrottò le sopracciglia per dirmi "cosa è successo?". Le porsi il cellulare per farle leggere il messaggio.
«E allora?» mi chiese lei, togliendosi la matita dalla bocca.
«Ti prego salvami, non ho intenzione di pranzare con quell'essere» piagnucolai.
«Scordatelo!» replicò Lia rimettendosi la matita tra le labbra.

Dovevo passare alle maniere forti: presi il cellulare e inviai un messaggio a Vale:

"Scusa amore ma oggi non posso, devo studiare con Lia, mangio da lei"

Mi dispiaceva mentire al mio ragazzo, ma il pranzo con Paolo era troppo.
«Problema risolto» sentenziai.
Lia allungò la mano per leggere il messaggio poi si voltò e disse tenendo la matita tra i denti: «Fottiti, non ti faccio entrare»
«Dai, non lascerai mica la tua amica da sola?»
Stava per rispondere, poi sbuffò, mi guardò e disse: «Vaffanculo Seline, è l'ultima volta che mi freghi».

In realtà quel pomeriggio facemmo di tutto, tranne che studiare. Lia aveva preparato uno schifosissimo petto di pollo con dell'insalata. Accidenti a lei e alla sua dieta.
Fui costretta a mangiare quello schifo e a sentirla elogiare i vantaggi dell'insalata e come condirla in maniera light. Dico io: l'insalata già abbastanza light di suo, se non la condisci neanche come si deve tanto vale uscire in giardino e mettersi a brucare come le pecore!
Ma Lia non voleva sentir ragioni.

Dopo pranzo mi offrii di lavare i piatti e lei sparecchiò la tavola poi si lanciò sul divano e se si mise a trafficare col suo PC.

«Mi spieghi chi cazzo è questo Paolo e perché lo eviti tanto? Non può essere una persona tanto orribile. Non più orribile di me».
«Fidati, è molto più orribile di te. È uno stronzo, un bambino...»
«Un bambino stronzo» interruppe lei.
«Altro che bambino... è alto quanto un palo della luce! È un vecchio amico di Vale ed è da quando stiamo insieme che ci prova. Ti giuro è insopportabile»
«Mh... capisco» commentò Lia con tono disinteressato mentre continuava a battere le dita ritmicamente sulla tastiera.

Finiti i piatti, sprofondai sul divano accanto a Lia e accesi la TV. Trascorremmo tutta la giornata a passare in rassegna i canali più disparati soltanto per criticare attori, VIP e giornalisti.

Verso le cinque del pomeriggio il sole iniziò a sparire lasciando il suo posto ai caldi colori rossastri della sera. Decisi che era ora di andare. Salutai Lia, presi le mie cose e uscii: la mia macchina era qualche isolato più in là.

Era davvero una bella serata, quella lì, con il vento leggero che ogni tanto mi soffiava tra i capelli. Ad ogni passo si sentiva un sordo tac. Intravidi la macchina grigia parcheggiata all'inizio di un vialetto. Tac, tac, tac, tac. Mi fermai davanti alla portiera dell'auto per trovare le chiavi.

Improvvisamente avvertii un dolore secco e lancinante proprio dietro la nuca, svenni e caddi sull'asfalto grigio del vialetto.

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