She said it would all just go away
And when she put her hands on me
It was gone, it was gone

A Londra piove quando arriviamo. Louis mi accompagna a casa prima di scaricare sia Harry che Oli e con Harry ci accordiamo per vederci domani sera. La mia valigia sembra ancora più pesante ed è plausibile perché ho preso un vestito insieme ad Erika, lei turchese ed io nero, e qualche souvenir per me, mia madre, Serena, Siara, Liam e le mie coinquiline. Harry mi ha guardato storto quando gli ho detto che volevo prendere qualcosa per Liam, sostenendo che "È un mio amico", al quale ho ribattuto con un'alzata di sopracciglia ed un saccente "Ed è un mio collega".
Ho già disfatto tutto quando Deb e Ruth rientrano a casa e il mio sorriso le accoglie sull'uscio, mentre stringo una tazza di tè.
"Sei tornata!" esclama Ruth abbracciandomi.
"Stamattina"
"Dev'esserti successo qualcosa di molto bello per essere così raggiante e sorridente" Deb mi guarda sospettosa.
"È stata a Parigi, più bello di così"
"Volevi che restassi ancora un po'?" chiedo a Deb, guardandola.
Lei alza gli occhi al cielo e scuote la testa, tirandomi contro di sé.
"Certo che no, idiota"
La stringo a me ed è qualcosa che non faccio mai, soprattutto con loro.
"Allora, com'è andato il viaggio?" mi chiede Ruth seguendomi in cucina.
"Benone, esclusa la giornata in cui Oli e Louis hanno deciso di scappare per andare a Cannes"
"Cos'hanno fatto?" Deb sembra parecchio sotto shock e io scrollo le spalle.
"Io preferisco chiamarla 'fuitina', ma Oli per poco non mi buttava sotto un tram quando gliel'ho detto"
"Spero che abbiate visto Amore e Psiche, perché altrimenti mi sentirei personalmente offesa" continua, sedendosi.
Sorrido ripensando alla statua di fronte a me ed Harry, al bacio che ci siamo scambiati, alla notte – e alle notti – successive che abbiamo trascorso insieme, stretti sotto le stesse lenzuola calde.
"Sì, l'abbiamo vista. Ed è meravigliosa"
Deb sospira. "Non dirmelo nemmeno, potrei piangere da un momento all'altro"
"Ho portato una calamita e l'ho messa lì" dico indicando il frigo. "Non c'era niente di interessante e di allegro su quel frigorifero"
"Giusta osservazione" decreta Ruth annuendo.
Aspetto che ci siano anche Cara ed Amanda, di ritorno dalla ginecologa, per dare loro i regali, che non sono granché, ma sembrano apprezzarli e mi ringraziano svariate volte. Sono così stanca che vado a letto presto, ma è bello essere di nuovo tra le mura della mia camera, col mio libro preferito sotto il cuscino. Voglio rileggerlo ancora una volta prima di addormentarmi, ma non ci riesco, non ne ho le forze, e cado in un sonno profondo dopo le prime sei pagine.

Mi impongo di studiare e di comportarmi come la studentessa diligente che sono sempre stata, benché non abbia mai rasentato nemmeno minimamente il pensiero di studentessa modello; ma gli esami si avvicinano e devo assolutamente prepararmi per ottenere dei risultati buoni e soddisfacenti. Ho parlato con Serena al telefono e devo essere a lavoro domani pomeriggio, quindi stanotte posso dormire da Harry, visto che dobbiamo vederci. Ho chiamato anche Oli, o meglio è lei che ha chiamato me, e ci siamo accordate per uscire domani sera, dopo cena, perché oggi è troppo stanca e pensa di stare con Louis, ma domani vuole assolutamente vedere Diana.
Il cielo limpido e chiaro di Parigi è stato sostituito troppo rapidamente da quello grigio di Londra e non so bene perché, considerando che Londra mi è sempre piaciuta, forse perché rispecchiava un po' il mio stato d'animo, ma ho uno strano presentimento. Come se mi mancasse qualcosa, o l'avessi smarrita, o fossi in procinto di perderla. Ma forse sono soltanto io, destinata ad essere sempre... grigia.

Inizia a piovere quando salgo sull'autobus che mi porta verso casa di Harry, con appresso una borsa in cui ho messo lo stretto necessario per passare la notte da lui. Non c'è nessuno su questo pullman, il tragitto quindi è silenzioso e tranquillo, preferisco ascoltare il rumore del motore ed osservare le goccioline rompersi contro i vetri puliti e trasparenti, piuttosto che ascoltare musica. Non impiego molto ad arrivare a destinazione e apro l'ombrello non appena scendo dal mezzo, incamminandomi verso la serie di palazzi.
L'asfalto bagnato riflette le luci che illuminano queste strade, creando delle sfumature piacevoli da guardare. Il rumore della pioggia sul mio ombrello accompagna le ruote delle automobili che sfrecciano sulle strade umide, i loro fari che si espandono sul grigio scuro del catrame nelle vie.
Noto subito l'auto della polizia parcheggiata di fronte a casa di Harry e non c'è nessuno al suo interno. La osservo con sospetto e nervoso mentre salgo su per le scale in ferro, sentendo i tacchi dei miei stivali ad ogni scalino. Chiudo l'ombrello di fronte alla porta e suono il campanello attendendo impaziente, sfregandomi le mani umidicce contro i jeans scuri. Harry non mi apre, eppure le luci sono accese. C'è qualche momento di stallo in cui la pioggia che scende sempre più copiosa è l'unico suono che sento e sto per suonare di nuovo il campanello, forse Harry è in doccia, quando la porta si apre. C'è un poliziotto di fronte a me, una leggera barba bionda sulla linea della mascella e i suoi occhi castano chiaro mi scrutano attentamente, mettendomi in soggezione.
"Sì?" mi chiede in tono austero ed altezzoso. Stringo la presa sulla cinghia della mia borsa, che pende e pesa sulla mia spalla sinistra.
"Sono venuta qui per Harry" rispondo. "È successo qualcosa?"
"Mila!" è la sua voce quella che sento e il poliziotto si sposta il tanto giusto da lasciarmi intravedere Harry in piedi con le braccia incrociate, faccia a faccia con altri due poliziotti.
"Lasciala entrare" dice uno di questi, coi capelli brizzolati e gli occhi cerulei, guardandomi. Il biondo si scansa per farmi passare e io faccio qualche passo incerto dentro la casa. Il viso di Harry è qualcosa che non ho mai visto prima, gli occhi enormi e arrossati, la mascella tesa e le narici allargate, come se stesse trattenendo qualcosa, forse una bestemmia o forse lacrime.
"Lei non c'entra niente con questa storia" dice e mi spaventa perché sembra preoccupato e più agitato che mai, gli sanguina il labbro inferiore per la forza con cui se lo sta torturando con due dita.
Il terzo poliziotto, calvo e con gli occhiali sul naso, tiene d'occhio Harry e qualsiasi sua reazione mentre quello brizzolato sembra ignorarlo completamente, rivolgendosi a me.
"Conosci Brett Begum?"
Il nome di Brett gli attraversa le labbra e se qualcuno stesse monitorando il mio cuore vedrebbe il cambiamento delle mie pulsazioni, accelerando terribilmente. Gli occhi di Harry mi bruciano addosso e non so cosa fare precisamente, forse potrei mentire perché lo so fare e pure bene, ma ho tutti questi sguardi e queste attenzioni su di me e la borsa pesa sempre di più, ma forse sono soltanto io che sto perdendo l'equilibrio e sto vacillando più di quanto mi sia concesso fare.
Annuisco piano e Harry serra la bocca. Ho sbagliato, ma non sapevo che altro fare.
"Cosa ci sai dire su di lui?"
Percepisco la distanza sociale tra me e il poliziotto che continua a parlarmi dandomi del tu senza nemmeno conoscere il mio nome, mentre quello calvo tiene in mano un registratore vocale. Deglutisco.
"Non molto" dico. "Lo conosco di vista"
C'è un sospiro nell'aria, appartiene al poliziotto biondo, Harry sta immobile con lo sguardo perso nel nulla. Lascio scorrere lo sguardo dal poliziotto a lui con le domande scritte sulla mia faccia.
"Come ti chiami?"
"Mila. Mila Bynes"
"Vi ho già detto che lei non sa niente, lo conosceva appena" continua Harry ma nessuno, escluso l'uomo calvo, sembra badargli.
"Che cos'è successo?" chiedo quasi esasperata.
Quello brizzolato socchiude gli occhi e si lecca le labbra mentre il biondo espira pesantemente.
"Brett Begum è deceduto stamattina a causa di overdose di sostanze stupefacenti, secondo una prima visita. L'autopsia offrirà dettagli più precisi"
Sento l'aria mancarmi e la testa girarmi, ho come delle vertigini. Non credo di aver completamente recepito il messaggio, ma la botta arriva comunque e i miei occhi si incollano automaticamente sul viso di Harry, che mi sta già guardando con disperazione e colpa.
Inizialmente ho pensato che Brett fosse stato colto con le mani nel sacco, ma non potevo sapere quanto fossi sulla strada sbagliata.
"Cosa?" è l'unica cosa che riesco a dire, congelata nei brividi con cui il mio corpo cerca di scuotermi. Inizio a respirare con la bocca adesso e nemmeno io so perché mi stia agitando in questo modo, ma è tutto quanto estremamente inaspettato e pesante che mi sembra di non avere abbastanza ossigeno per reagire in maniera più lucida.
Harry si sposta per riempirsi un bicchiere con dell'acqua e il silenzio che si crea è insopportabile.
"Sei sicura di non avere nulla da dirci?" mi domanda il poliziotto calvo. Io continuo a guardare Harry, studio i suoi movimenti, scorgo pezzi di lui rompersi rapidamente e cercare di stare incollati insieme, ma gli è tremendamente difficile. Forse ha perfino smesso di respirare per evitare di scoppiare. La mia testa pulsa, la scuoto per negare.
Il biondo si gratta la fronte, pensieroso. "Non c'è molto qui"
"Se è tutto..." dice il brizzolato. Harry annuisce appena, non li guarda nemmeno più.
Non mi sembra di udire le frasi di congedo dei tre poliziotti, le informazioni che ci rilasciano, perché in questo momento tutto ciò che mi preoccupa è Harry, troppo silenzioso e rigido, le sue nocche troppo bianche e troppo strette attorno al bicchiere di vetro trasparente.
La porta si chiude, i poliziotti scendono, i loro piedi tonfano su ogni gradino, poi gli sportelli della volante sbattono, il motore si accende e le ruote girano sull'asfalto bagnato. Sono questi gli unici rumori che sento, oltre il respiro ansante di Harry, che continua a non guardarmi e sembra pronto ad esplodere. Succede come uno tsunami, quando il mare si ritira e si prepara a lanciarsi con onde megalomani. È lo stesso che fa Harry: sta in silenzio, stringe il bicchiere, io lo guardo, si sta ritirando e poi l'onda si schianta con forza ed irruenza, il bicchiere si spacca al suolo e lui ringhia di rabbia e frustrazione, nemmeno sobbalzo.
"Gliel'avevo detto!" sbraita, le corde vocali che graffiano, gli occhi che irrompono in fiumi di lacrime, come rubinetti aperti, rotti. "Gliel'avevo detto!"
Continua ad urlare e calcia via alcuni quadri, le sue mani si abbattono sulle tele, li afferra, li spacca, li rompe, li sbatte al suolo, ne strappa i fogli e piange. Piange e si dispera, si dimena di fronte a me, si frantuma ad una velocità raccapricciante, che mi mette i brividi.
"Harry" lo chiamo correndogli incontro. "Harry, basta!"
Lui si scansa, afferra una lampada, la butta per terra distruggendola e prende a calci un altro quadro, così forte da inginocchiarsi al suolo e cadere in avanti con la fronte e i pugni contro il pavimento. Fa piangere anche me.
"Harry, ti prego" singhiozzo lasciandomi scivolare di fronte a lui e prendendogli il capo tra le mie esili mani. Lui si arrampica sulle mie braccia, tenendosi con vigore, come se fossi la sua àncora, e mi singhiozza addosso. Le sue mani mi stringono forte e io lo cullo contro il mio corpo, strofinandogli via le lacrime dal viso arrossato. Ha gli occhi chiusi, piange così, urla disperato.
"È tutta colpa mia" rantola miserabilmente. "È tutta colpa mia"
"Sshh" tremo mentre cerco di farlo calmare, gli tocco il collo, le guance, non so come comportarmi, mi trasmette il suo dolore. "Non è vero, non è colpa tua"
Ma Harry non mi sente, è impossibile. Piange ancora più forte, la sua voce mi squarcia dentro, mi taglia il cuore in più parti ed è come sanguinare senza poterci fare niente. Non posso che lasciargli il tempo di sfogarsi, di liberare qualsiasi emozione attraverso le sue lacrime, accerchiati da questi residui di disegni che ci fanno da macerie. Il pavimento è freddo sotto di noi, Harry si lascia andare completamente tra le mie braccia, mi piange addosso ed io vorrei davvero poter cancellare tutto il suo dolore. Vorrei non averlo mai conosciuto, se questo sarebbe servito a qualcosa, ma poi penso che se non fossi venuta io, Brett se ne sarebbe andato lo stesso e Harry avrebbe pianto da solo, distruggendo qualsiasi cosa gli fosse capitata a tiro.
Lo stringo più forte che mi è concesso, lui non dice più niente. Piange soltanto, e le sue lacrime mi colano addosso come la pioggia sull'asfalto.

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