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Bring Me To Life – Evanescence

Charlotte

Ho sempre odiato le metafore. Non ho mai apprezzato particolarmente i sinonimi, preferisco la verità nuda e cruda senza tanti fronzoli, perché è inutile cercare di indorare la pillola.

Ho paura. È questo che sento: terrore. Non qualcosa di indefinito o indecifrabile, quella sensazione che puoi scambiare facilmente per qualcos'altro, ma puro terrore che scorre come fiumi di lava sottopelle.

Il retro del furgoncino è dominato dal buio, ma percepisco la presenza di Klaus e del suo scagnozzo proprio vicino a me. Non ho il coraggio di parlare, di emettere un solo e desolato fiato, ma fiuto l'odore della mia stessa paura.

All'improvviso, ogni decisione sbagliata che ho preso negli ultimi mesi si concentra in questo singolo istante e nell'azione errata che ho compiuto chissà quanti minuti fa, o forse ore, non saprei. Il tempo si è regolato seguendo i paletti imposti dalle orribili sensazioni che mi attanagliano lo stomaco, e sembrano secondi infiniti e interminabili.

C'è un solo pensiero che mi lascia quella briciola di coraggio necessario per cadere nel baratro: mia madre e mia sorella.

La foto che Klaus mi ha mostrato non lasciava molto spazio all'immaginazione, e l'idea che questa sia l'ennesima trappola non mi sfiora neanche per un istante. Stavolta non è così... stavolta è reale. Lo percepisco dentro, in uno spazio nascosto tra cuore e testa, conficcato in mezzo allo sterno: il pericolo, ora, è concreto.

Il furgoncino prende in pieno una buca e vengo catapultata in avanti, ma qualcosa blocca i miei movimenti. Mi rendo conto che si tratta di una mano piantata all'altezza dello stomaco e mi divincolo.

«Lasciami», sibilo nel buio, non sapendo neanche di chi si tratta. Non fa differenza. Non ricevo risposta immediata e socchiudo gli occhi, cercando di concentrarmi sui rumori che provengono dall'esterno per distrarmi e dimenticare temporaneamente dove davvero mi trovo.

Dopo chissà quanto tempo, il furgoncino arresta la sua corsa. Il retro viene spalancato, rivelando così una terza figura – forse il guidatore – che si sporge verso l'interno e fa cenno a Klaus di scendere. Lo scagnozzo mi blocca i polsi dietro la schiena con una presa tanto stretta quanto dolorosa, e mi conduce fuori. Non cerco neanche di oppormi, perché non servirebbe a niente, e il pensiero di mia madre e mia sorella mi aiuta a mantenere una calma apparente.

Tutto intorno a me ha un aspetto tetro e sinistro. Alcuni alberi delimitano un viottolo consumato che conduce a una casa bassa e dal tetto spiovente, a circa un centinaio di metri di distanza dal punto in cui mi trovo. La debole luce prodotta dalla Luna riesce a malapena a insinuarsi tra i rami fitti, non riuscendo così a rendere quantomeno presentabile questo luogo.

«Andiamo», ordina Klaus, facendo un cenno allo scagnozzo che riprende di riflesso a spintonarmi con poca grazia e ancora meno delicatezza. Non oso lamentarmi, mi limito a seguire il loro volere.

Potrei provare a scappare, raggiungere da sola quella casa e cercare mia madre e mia sorella, ma non sarebbe una buona idea perché sono disarmata, sola e circondata. Qualsiasi idea, dalla più strana alla più pericolosa, risulta impraticabile. Con un'arrendevolezza che non credevo di possedere, mi lascio condurre dai tre uomini davanti all'entrata principale dell'edificio e d'istinto sollevo il mento per osservare i vetri delle finestre ricoperti di pulviscolo.

Doctor Dream 2 Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora