NEBULA'S POV

Erano passate alcune ore dalla chiamata di mia madre. In tutto quel tempo, ero rimasta seduta sul divano blu di Harry, con una tazza, ormai non più bollente, di tè ai frutti di bosco. Il sole era alto ed illuminava il soggiorno di una luce intensa, i raggi si riflettevano su piccole cose, come la marca del pianoforte di fronte a me, o il legno lucido delle sedie e del tavolo. Il tetro silenzio che aleggiava nella casa era stato coperto da Harry, che aveva tirato fuori un lettore di dischi molto vecchio e impolverato, su cui, poi, soffiò violentemente, lasciando cadere a terra tanti minuscoli puntini bianchi di polvere. Mise uno di quei dischi francesi che nessuno ascolta veramente; uno di quelli che rimane sospeso a mezz'aria, vecchio e nostalgico anche appena uscito, a cui nessuno importa davvero. Quello stile leggermente vintage rendeva la situazione un po' più leggera, al che il moro davanti a me, appena si accorse del effetto, mise un disco di De Andrè, e subito partì La guerra di Piero a cui lui adattò uno strano ballo scozzese.

Risi. Dopo quella che sembrava un'infinità, risi. Risi tutte le mie preoccupazioni, risi tutte le mie ansie, risi tutte le mie paure. Le buttai fuori, le cacciai via con una risata. Feci cadere dietro la mia testa, i miei capelli pendevano lungo il fianco del divano. Portai una mano sulla gola, dove potei sentire la mia risata vibrare, mentre guardavo il ragazzo che goffamente ballava un ballo inappropriato su una canzone che era tutto tranne che felice. Cantò le parole con il suo forte accento americano, facendo perdere il senso triste della canzone, rendendolo semplicemente un piccolo modo per strapparmi dalle corde vocali una risata. Mi alzai tirandomi giù la gonna di quel assurdo vestito, lo guardai alzare le ginocchia fuori tempo e tendermi il gomito con un gran sorriso. Incrociai il mio braccio con il suo, e presi la gonna con una mano alzandola sul mio fianco e sgambettando allegramente insieme a lui. Continuammo fino a quando il giradischi non si fermò, lasciando un sottile scricchiolio che segnava il disco arrivato al termine. Così, ci fermammo, i volti leggermente arrossati e accaldati, gli sguardi incrociati e i sorrisi svaniti.

Solo una lieve, dolce parola uscì dalla mia bocca, un semplice  "grazie."  e in quelle poche lettere, espressi tutta la mia gratitudine per quel ragazzo, che, in quel momento, sembrava essere una piccola ancora di salvezza in quel mare in tempesta.

Abbassò lo sguardo interessandosi alle sue mani. Poi li riaprì in un colpo mozzafiato, lasciandomi annegare in un verde smeraldo. - "Erano anni che non echeggiavano risate in queste mura."

***

Era tornato il silenzio, ma non vi era più tensione, nè disagio.

Passavo la punta dell'indice sul bordo della tazza in modo lento, mentre il mio sguardo assente vagava per la stanza. Harry era in cucina che trafficava con le stoviglie da pulire; lo potevo vedere attraverso una vetrata verde elegante che divideva il salone dalla cunica. Prima di spegnere, togliere il giradischi ed andarsene, mi aveva messo una coperta azzurra con le maniche addosso, poi mi aveva congedato con un veloce bacio sulla fronte.

Sentii l'acqua del rubinetto chiudersi, il rumore di uno straccio bagnato cadere e i passi di Harry avvicinarsi alla porta. Lo vidi poggiarsi con tutto il peso sullo stipite con le braccia incrociate, tutto intento a fissarmi. Sembrava aspettare un qualcosa che non sembrava arrivare.

Poi, sentii una piccola luce illuminarsi dentro di me tra una costola e l'altra, ed accendermi come una lampadina. C'era qualcosa che si stava infiltrando sinuosamente nella mia testa, fino ad aggrapparsi pronta a non lasciarmi più. Eccola, la cosa più infima e illusionista che esista al mondo. Una dannata, piccola punta di speranza si era infilata nella mia testa. E non c'era niente di più stupido di avere qualcuno di stupido che potesse appoggiarti una cosa così stupida.

"Harry," - lui alzò le sopracciglia, in segno che mi stava ascoltando. Il suo sguardo si era fatto d'un tratto serio, iniziando a negare con la testa. Aveva già capito. - "andiamo a Charlotte."

______________________________________

OOOOKAAAY, è, probabilmente, il capitolo più corto di tutta la storia, ma non mi odiate. E' solo un capitolo di passaggio; il loro legame che si fa più forte, e la grande ed avventata decisione di andare a Charlotte. Perché grande ed avventata? Perché, i vostri genitori vi lascerebbero partire di punto in bianco?

So di essere sparita per la bellezza di u n d i c i  giorni, ma

1. Non credo che importi davvero a qualcuno.

2. Purtroppo, ehi, c'è scuola e

3. Purtroppo, ehi, ho la maturità e

4. Purtroppo, e sottolineo, purtroppo, manca poco ai miei diciotto anni (era tanto per farvelo sapere)

5. Oggi sto male, quindi se fa schifo, e fa schifo, è tutta colpa della malattia, ma ringraziate la malattia, perché senza di essa non avrei mai trovato il tempo di scrivere.

Okaaaay, byye. *vocina triste di Anna che se ne va dalla porta di Elsa*

Across the universe.Leggi questa storia gratuitamente!