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Harry

Quanta pazienza ho, in generale?
Poca.
Quante possibilità ci sono che io molli un pugno al tizio che mi guarda, forse aspettando l'apparizione di Charlotte?
Poche, per il momento, perché non voglio attirare l'attenzione, né passare guai solo perché questo Ryan – o come diamine si chiama – ha fissato Charlotte da quando abbiamo messo piede in questo posto. Insomma, non è il caso. Sono un uomo, non un ragazzino che si lascia governare dai suoi istinti.

«Ehi», mi richiama il tizio in questione, per l'appunto.

«Mhm?»

«Dov'è la tua amica?»

Sono un uomo, mi ripeto. E devo comportarmi come tale, aggiungo.

«In bagno.»

Sposto lo sguardo sulla pista da ballo, mantenendo il gomito poggiato al bancone come se mi dovesse sorreggere. L'odore di alcol si è mescolato a quello del sudore dei presenti, e sono addirittura sicuro che qualcuno abbia fumato. Il tanfo che ne scaturisce è addirittura nauseabondo.

«Senti...» Il tizio, dietro di me, reclama ancora la mia attenzione.

«Mhm?»

«La tua amica...» Si interrompe per un istante, e io ne approfitto per voltarmi nella sua direzione. «Sai per caso... sì, insomma, è sentimentalmente occupata?»

Mi viene da ridere. Non una risata divertita, ma quella amara che è solo il preludio di una catastrofe.

«Sentimentalmente cosa?» gli chiedo.

Lui fa spallucce. Odio le persone che fanno spallucce; perfino la stessa Charlotte riesce a farmi saltare i nervi quando solleva le spalle.

«Occupata», ripete lui, come se non avessi sentito già la prima volta. «Insomma, ha un fidanzato?»

No, non ha di certo un fidanzato, ma la mia presenza ingombrante credo riesca a mantenerla sentimentalmente occupata.

«Sì», rispondo, dopo aver incamerato un po' d'aria per non inveirgli contro. Nell'ultimo periodo, ho evidenti problemi a mantenere la calma. Non che io sia mai stato molto riflessivo, ma di recente tendo a saltare in aria per ogni frase scomposta, e non è un bene.

«Oh, davvero?» domanda di nuovo lui. «Credevo di no. Be', è proprio sexy, comunque.»

È come se mi stesse pregando di dargli un pugno. Ce l'ha scritto a caratteri cubitali in faccia: "colpisci qui".

Probabilmente non dovrei farlo – non mi è concesso ed è una bugia bella e buona – ma l'impulso è così prepotente che non riesco a ignorarlo. «In realtà, sta con me.»

Il colorito del ragazzo cambia in modo repentino e assume una tonalità simile al ferro rovente. «Oh... io... mi dispiace», dice imbarazzato, poi solleva le mani in segno di resa. «Davvero, non credevo, perché lei ha detto che...»

«Sì, ha un po' alzato il gomito e, a volte, è gelosa. Molto gelosa.»

Sì, mi piacerebbe fosse gelosa. L'unico che invece viene mangiato dalla gelosia a giorni alterni, a quanto pare, sono io.

«Scusami ancora.» E si defila dal mio sguardo per raggiungere i clienti che chiedono i loro drink.

Se non avessi tutto questo alcol in corpo, sarei stato più diplomatico. In realtà non sono ubriaco, ma mi piace pensare che credere di esserlo mi dia una spinta in più, o una giustificazione.

Sposto ancora l'attenzione sulla sala. Qualcuno deve aver abbassato le luci mentre ero distratto, perché a malapena riesco a vedere la punta del mio naso. La colorazione bluastra si alterna a quella rossa, ed entrambe danzano sulle pareti, due fumi di niente che si inseguono tra una colonna e un'altra. Alcune coppie si scambiano effusioni approfittando dell'assenza quasi totale di illuminazione e mi sfugge un sospiro. Non ho ancora chiaro cosa diamine sia successo tra me e Charlotte dentro quel dannato sgabuzzino, ma ho ormai capito di avere poche possibilità di scelta quando si tratta di lei.

Faccio scivolare lo sguardo verso il corridoio che porta ai bagni... e arriva. Una sensazione fulminea e destabilizzante, che penetra nelle vene e scorre insieme al sangue.

Guardo l'orologio e mi accorgo che Charlotte non è qui da quasi mezz'ora. Forse è solo paranoia, ma decido lo stesso di assicurarmi che non sia accaduto niente. Così, oltrepasso un gruppo di persone e mi fiondo verso il corridoio, giusto in tempo per incrociare la coppia che aveva occupato quello sgabuzzino impolverato. Sorpasso anche quello e arrivo all'ultima porta, quella in cui è entrata Charlotte.

Probabilmente sono davvero solo troppo apprensivo e paranoico.
Busso sul legno scuro e attendo.

«Chi è?» chiede una voce femminile dall'interno.

Non aspetto oltre e spalanco la porta, ma davanti a me trovo una ragazza che non è Charlotte. Lei mi fissa con i suoi occhi chiari, per metà impaurita e per l'altra metà chissà cos'altro.

«Qui c'era una ragazza», le dico. «Capelli chiari, occhi scuri...»

«No, ci sono solo io.»

«Da quanto tempo sei qui dentro?»

«Circa dieci minuti», risponde con una scrollata di spalle.

Non posso permettere al panico di assalirmi, perché Charlotte potrebbe anche essersi spostata in mezzo alla pista da ballo. Mi sposto per far passare la ragazza, che lascia il bagno e si richiude la porta alle spalle.

Tuttavia, nel momento stesso in cui mi volto per uscire a mia volta, qualcosa attira la mia attenzione. La borsa di Charlotte è abbandonata sul pavimento, vicino al lavandino, per metà aperta. Mi avvicino e la recupero, mentre la brutta sensazione di prima diventa più reale e concreta.

Charlotte non avrebbe mai lasciato di proposito la sua borsa qui, soprattutto perché custodisce la pistola. Non è così smemorata o distratta.

Quindi, con il cuore che acquista un ritmo serrato e incontrollabile, seguo ciò che l'istinto mi suggerisce: esco dal bagno, percorro svelto il corridoio e ritorno nella sala principale. Nonostante la scarsa illuminazione non sia assolutamente d'aiuto, scruto i volti di tutte le donne presenti, sperando di vederla, ma ciò non accade e mi accorgo ben presto che lei non è qui.

La paura e la rabbia si schiantano, si mescolano tra loro, ma cerco di mantenere un minimo di lucidità e sfilo il cellulare dalla tasca dei jeans. Ho bisogno di rinforzi.

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Sì, il capitolo è abbastanza breve, ma è lo snodo necessario prima del prossimo.
Tenetevi pronti, io vi avverto! 🙃

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