Uscimmo dal bagno e fortunatamente nessuno ci beccò.

"Sono in ritardo per la lezione!" esclamai, battendo una mano sulla fronte.

"Vieni con me" propose lui.

"Venire con te? Dove?" chiesi confusa.

"In un posto" rispose.

"No, ho lezione adesso" rifiutai.

"Che ti importa?" esclamò. "La lezione sarà iniziata da mezz'ora, a cosa ci vai a fare per soli trenta minuti?"

"Ehm..." non sapevo cosa rispondere, sul serio. Saltare una lezione?

"Non lo hai mai fatto?" chiese mentre iniziammo a camminare per il corridoio.

"Saltare un'ora di lezione?" Scossi la testa. "No, non lo farei mai."

"Vorrà dire che oggi sarà un'eccezione" disse.

"No, no e no, mi rifiuto."

"Ti devo prendere in braccio?" chiese, mi afferrò per i fianchi da dietro, ma io mi scostai subito.

"Neanche per sogno!" risposi.

Mi prese per mano e mi trascinò. "Allora ti porto con la forza."

"Ti odio" borbottai.

"Oh, anch'io" disse, facendo un occhiolino.

Arrivammo fino alla fine del corridoio, dove c'era una porta con una grande maniglia verde.

"Sai dove porta?" chiesi.

"Certo che lo so" rispose. Aprì la porta e vidi delle rampe di scale bianche.

Iniziò a salirle velocemente, decisi di seguirlo. Finite le tre rampe, c'era un'altra porta. Lui la aprì e mi fece passare.

"Ma che gentiluomo" scherzai.

Eravamo sopra il tetto della scuola. Da lì si vedeva buona parte di New York. Mi allontanai da Travis, meravigliata dal posto. Mi piaceva molto. Era molto grande. E la visione della Grande Mela metteva quasi i brividi.
Qualche pianta era sparsa un po' ovunque, anche se alcune erano ormai secche.
Per fortuna era il panorama a rendere tutto speciale.
New York riusciva ad essere davvero perfetta. I palazzi alti di Manhattan, quelli in vetro, quelli più semplici.
Le luci dei negozi, Times Square con le sue magnifiche insegne, Broadway e tanti altri immensi quartieri.

"Se sei così emozionata di questo," lo sentii dire "dovresti vedere tutto dall'Empire State Building."

Si mise accanto a me, appoggiando i gomiti sopra il davanzale. Guardando di sotto, riuscii a vedere dei ragazzi che giocavano a pallavolo durante l'ora di educazione fisica.

"Hai sentito cos'ha detto Luke?" gli ricordai.

"Non farà niente" ribatté. "Io parlo con chi voglio, quando voglio."

"Lo so, ma se la squadra intera votasse per toglierti dalla squadra, cosa potrai fare?" dissi.

"Sono il giocatore più forte, cosa farebbero senza di me?"

"Scommetto che sei anche quello più modesto."

Sorrise, infilò la mano in tasca e tirò fuori un pacchetto di sigarette. "Luke vuole soltanto essere il capitano della squadra, a me non importa poi così tanto. Si, insomma, è una bella cosa, ma per me l'importante è giocare a basket."

"Ne fumi un'altra?" chiesi indicando la sigaretta che stava accendendo. Lo osservai mentre compiva il gesto. Travis era davvero un bel ragazzo, con quei capelli ben alzati, gli occhi attenti su ciò che faceva e un'espressione che spesso non riuscivo a definire in volto.

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