Capitolo 8 ~ Ricordi

306 34 2

Spica si fermò sulla porta a guardare il fratello, aspettando che Meissa la raggiungesse. Nashir era appoggiato alla balaustra di marmo della terrazza e aveva il viso rivolto verso il cielo. Anche se le dava le spalle, Spica sapeva che aveva gli occhi chiusi e un lieve sorriso sulle labbra. La bambina si girò per controllare che Meissa fosse arrivata in cima alle scale, poi corse verso Nashir chiamandolo. Lui si voltò con un sorriso radioso e la strinse forte quando gli saltò in braccio. Rivolse un cenno di saluto alla Stellata prima di far girare vorticosamente la sorella tenendola per la vita. Spica gridò divertita e quando Nashir si fermò si aggrappò al suo collo e posò la tempia sulla sua, sommando i propri capelli color oro a quelli più scuri dell'Elfo.

Nashir le diede un bacio sulla guancia e le indicò il sole che stava calando sulla Foresta in un tripudio di rossi e arancioni. "Guarda, Spica. Il tramonto!" Rimasero a guardare il disco solare scendere lentamente, con la presenza silenziosa di Meissa alle loro spalle.

Il suono profondo e vibrante di un corno strappò bruscamente i fratelli dai loro pensieri. Nashir si voltò di scatto verso est, depose Spica a terra e corse a raggiungere Meissa, già affacciata sulla città dall'altra parte del terrazzo. Spica lo seguì spaventata e lo guardò: era impallidito di colpo, fissando le pianure. Spica si alzò sulla punta dei piedi e sbirciò da sopra il parapetto.

Un esercito marciava alle ultime luci del giorno, diretto alla città.

Il corno suonò ancora e Nashir si riscosse. Riprese Spica in braccio ed entrò nel torrione tallonato da Meissa. La bambina si ritrovò seduta sul letto del fratello, nella sua stanza, a guardarlo smarrita mentre indossava l'armatura aiutato da Meissa.

"Dove vuole arrivare Enif? Credevo ci lasciasse almeno Ekanth" disse Nashir.

"Non lo so" rispose la Stellata allacciandogli il corpetto di cuoio. "Ce l'ha fatto credere, in modo da poterci cogliere impreparati, ma non so a cosa punti." Meissa prese uno dei bracciali e cominciò a stringere i lacci intorno all'avambraccio di Nashir. I loro sguardi s'incrociarono per un istante e Spica vide passare la consapevolezza negli occhi di entrambi.

"Prendi Spica e Sirius e va' con gli altri" disse Nashir porgendo alla Stellata l'altro braccio. "Così sarete al sicuro: Enif non oserà attaccarvi nella Foresta, dove i suoi uomini non possono competere con gli Elfi."

Meissa scosse la testa. "Non è solo te che vuole, anche loro" disse indicando Spica con un cenno del capo. "Non posso restare con gli altri, è troppo rischioso. Andrò verso nord e farò credere che siamo morti. Devo addestrarli, Nashir, e solo dopo potremo avere una possibilità di vittoria. La situazione è peggiore di quello che pensiamo, la nascita di tua sorella e di Sirius Aranion ne è la prova."

Nashir annuì, capendo. "D'accordo, ma fai attenzione. Non puoi mai sapere di cosa è capace Enif."

"Anche tu. Fagli credere che sei morto, fa' quello che vuoi, ma torna dal tuo popolo. Gli Elfi sono deboli senza la tua guida."

Lui non replicò e si avvicinò a Spica, mentre Meissa rimase in disparte. Spica guardò quegli occhi grigi che per lei erano tutto, sperando che il fratello le spiegasse qualcosa, ma lui si inginocchiò e l'abbracciò mormorandole all'orecchio: "Devo andare, Spica, e non so se tornerò. Probabilmente non ci vedremo più. Tu resta con Meissa e Sirius, qualunque cosa accada." Le prese il viso tra le mani e la guardò negli occhi lucidi. "Non piangere" sussurrò posando la fronte sulla sua. "Devi essere forte." Nashir chiuse gli occhi con forza e Spica lo fissò con tristezza.

Meissa si avvicinò e chiamò l'Elfo. "Dobbiamo andare."

Nashir annuì e Spica lo sentì sussurrarle un'ultima cosa prima di rialzarsi. "Non dimenticare mai quello che ha fatto nostro fratello, ma non dirlo a nessuno. Mai."

La bambina non ebbe neanche il tempo di annuire. Prese la mano che Meissa le porgeva e seguì Nashir fuori dalla stanza. In corridoio incrociarono altri due Elfi, che li stavano aspettando già armati e pronti per la battaglia. Uno dei due si rivolse a Meissa, che lasciò la mano di Spica. "Portalo con te" disse l'Elfo mettendole Sirius tra le braccia. Spica si attaccò alla gamba della Stellata, guardando dal basso il piccolo Sirius che dormiva beato. Non prestò attenzione a quello che disse Meissa, ascoltando invece Nashir.

Suo fratello stava parlando con l'altro Elfo, che aveva i suoi stessi occhi grigi. "Prendi i soldati sotto il tuo comando e va' con il popolo" disse Nashir.

L'altro scosse la testa. "Posso combattere, Nashir. Darvi una speranza in più."

Nashir lo bloccò mettendogli una mano sulla spalla. "Yndúnë, devi andare. La Casa di Kandahar deve sopravvivere. Guida gli Elfi in mia vece." Abbassò la voce e guardò a terra. "Non credo che riuscirò a sfuggire a Enif, non di nuovo" aggiunse con un tono amaro che fece gelare il sangue nelle vene a Spica.

Yndúnë gli sollevò il viso e lo scrutò. "Almeno provaci, a sopravvivere" lo pregò.

Nashir ricambiò il suo sguardo con nuova determinazione. "Tu lo sai. Di mio fratello." Non era una domanda.

Yndúnë annuì gravemente. "Sì. Sei il figlio di mio fratello, certo che lo so."

"Portatelo nella tomba" gli ordinò Nashir "e assicurati che anche gli altri che lo sanno lo mantengano segreto. Non voglio che si sappia in giro."

"Nemmeno io lo voglio" Yndúnë lo guardò negli occhi con tristezza. "Addio Nashir. Spero che ci rivedremo, un giorno."

Nashir e Spica si scambiarono un'ultima occhiata carica di significato e dolore, poi lui guardò intensamente Meissa per qualche istante, si calò l'elmo sulla testa e si allontanò seguito da Helevorn Aranion, che guardò per l'ultima volta il figlio tra le braccia della Stellata prima di andarsene.

Spica li guardò sparire in fondo al corridoio, poi seguì Meissa e Yndúnë fuori dal castello. Meissa recuperò un cavallo dalle scuderie, la aiutò a montare e salì in sella dietro di lei, stringendosi Sirius al petto. La Stellata si rivolse a Yndúnë, che si era fermato accanto al destriero. "Se qualcuno ti chiede di noi, siamo morti nell'assedio o ci avete persi nella fuga" gli disse.

L'Elfo annuì. "Fa' attenzione, e buona fortuna."

"Addio" lo salutò lei. Spronò il cavallo al galoppo e si lanciò lungo le strade lastricate della città, tra Elfi, Mezzelfi e alcuni Umani che la stavano abbandonando. Quando uscirono dalle porte occidentali Meissa fece svoltare il cavallo verso nord.

Spica si voltò e guardò indietro da sopra il braccio della Stellata, e l'ultima immagine che le rimase della sua città natale fu l'esercito elfico, con in testa lo stallone bianco di suo fratello, che usciva dai cancelli e si scontrava nella pianura con le armate nere di Enif nella luce aranciata del tramonto.

Le Stelle di Nïamilathlah - SpicaLeggi questa storia gratuitamente!