2° Capitolo

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Jack
Io e Fabrizio eravamo al pub del molo, in mezzo a uomini che puzzavano d'alcol ed urlavano.

Stavamo giocando a poker con due svedesi, Olaf e Sven, e sul tavolino consumato, oltre agli spiccioli, c'erano due biglietti di terza classe per il Titanic, come premio per chi avrebbe vinto.

Avevamo scommesso tutto e Fabrizio mi ammonì con il suo accento italiano:"Jack, sei pazzo, hai scommesso tutto quello che abbiamo."

Io con nonchalance risposi: "Quando non hai niente, non hai niente da perdere."

Olaf disse qualcosa in svedese a Sven, con tono minaccioso. La tensione tra noi era palpabile, silenzio assoluto, era il momento di scoprire le carte.

Tolsi la sigaretta dalla bocca e annunciai in tono serio: "Va bene, è il momento della verità, la vita di qualcuno qui sta per cambiare."

Mi rivolsi a Fabrizio facendo segno di scoprire le carte.

Con aria delusa le mostrò e disse:"Niente."

Chiamai Olaf, ma anche lui niente. Fu il turno di Sven, aveva due coppie, allora dissi: "Oh, due coppie, scusa tanto Fabrizio..."

Lui mi interruppe arrabbiato: "Che scusa, ma vaffanculo! Hai perso tutti i nostri soldi!!"

Ma io risposi tranquillamente: "Scusa tanto, ma non rivedrai tua madre per un bel po' di tempo...Perché noi ce ne andiamo in America!!!"-annuncia felice, sbattei le carte sul tavolo e urlai: "Full ragazzi!!!! Woohooo!!!!"

Fabrizio scoppiò in una gioia immensa:"Oddio ti ringrazio! Vado in America!!!", mi abbracciò e festeggiammo insieme. All' improvviso Olaf mi afferrò e caricò un pugno, io chiusi un occhio, per ripararlo, ma alla fine colpì Sven e lo mandò sul pavimento.

Io scoppiai a ridere e Fabrizio mi urlò felice:"Figghiu di buttana!!!".Baciai i biglietti e urlai felice:"Torno a casa!!!"- e Fabrizio:"Capito? Vado in America!!!"

Il barista del pub fermò il nostro entusiasmo e indicando il vecchio orologio che segnava le 11.55 ci annunciò: "No amico, il Titanic va in America, tra cinque minuti!"

"Oh merda!"-esclamai-"Andiamo!"-urlai a Fabrizio.

Mettemmo tutti i nostri spiccioli in un piccolo sacchetto, caricammo i sacchi con i bagagli in spalla e uscimmo in fretta dal bar.

Corremmo lungo tutto il Titanic, per raggiungere il ponte d'imbarco di terza classe, ridendo e scherzando, "Saremo dei perfetti damerini, ragazzo mio!"-urlai a Fabrizio e lui: "Hai visto? È il mio destino! Andrò in America e diventerò ricco, ricchissimo! "

C'era una folla immensa, gente che salutava, macchine piene di bagagli, carrozze con cavalli. Un vero pandemonio.
Il Titanic si ergeva maestoso davanti a noi e quasi oscurava il Sole con la sua immensa mole. Correndo, Fabrizio restò indietro e io gli dissi:"Forza! Ti credevo un fulmine! ", lui mi urlò: "Sei un pazzo!" E io risposi:"Può darsi, ma li ho presi io i biglietti! "

Finalmente arrivammo al ponte, che stava per essere chiuso da un marinaio, lo fermai: "Aspettate! Siamo passeggeri!"-urlai mostrando i biglietti.

Il marinaio ci chiese: "Avete fatto la fila per il controllo sanitario?"

Ovviamente non l' avevamo fatta, ma gli mentì dicendo: "Certo, comunque non abbiamo pidocchi, siamo americani, tutti e due"-aggiunsi indicando Fabrizio ansimante alle mie spalle.

Il marinaio un po' incredulo disse:"Va bene, entrate."

Io e Fabrizio entrammo e il marinaio chiuse il ponte, una volta abbastanza lontani da quest'ultimo, urlai a Fabrizio:"Siamo i figli di puttana più fortunati del mondo! Lo sai?!"

Salimmo verso il ponte della nave, mentre stava salpando, una volta arrivati, mi sporsi dalla ringhiera e cominciai a salutare verso la folla di gente nel molo: "Addio! Mi mancherai!" Fabrizio un po' stupito mi chiese: "Conosci qualcuno?" e io risposi: "Certo che no, ma non è questo il punto!" Allora lui mi imitò e cominciò a salutare anche lui: "Addio! Non mi scorderò mai di te! "

La nave salpò, facendo un gran chiasso con i fumaioli che urlavano, la gente dal molo continuò a salutare, finché non ci allontanammo e il molo divenne un piccolo puntino nell' oceano.

Io e Fabrizio andammo verso la nostra cabina, G-60, attraversammo un lungo e stretto corridoio bianco, in cui c' era gente da tutto il mondo: inglesi, irlandesi, cinesi che si affollavano in quel claustrofobico corridoio.

Alla fine arrivammo ed entrammo, mi presentai ai compagni di stanza, e nel frattempo Fabrizio si era buttato nel letto e io gli dissi scherzando: "Chi ti ha detto che spetta a te quello sopra, eh?"


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