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Il viaggio di ritorno lo passarono in silenzio. Tommaso e Gioia erano accanto seduti uno di fianco all'altra tuttavia nessuno dei due si sentiva davvero vicino all'altro.
Non si parlarono e si guardarono il meno possibile.
Gioia era stanca di questa situazione: stanca di quello che stava accadendo tra lei e il suo ragazzo, stanca del suo cuore che non si metteva d'accordo prendendo per una buona volta una decisione, giusta o sbagliata che potesse essere. Era stanca perché si teneva tutto dentro, stanca di contenere quello che provava per non far soffrire nessuno ed era stanca del fatto che alla fine comunque, nonostante i suoi sforzi, a qualcuno doveva far male. Avrebbe voluto piangere ma ormai nemmeno più le lacrime avevano voglia di consolarla.
Tommaso dal canto suo non sapeva proprio cosa pensare. Cosa avrebbe dovuto fare? Che Gioia lo stesse tradendo davvero? Oppure era solo una sua immaginazione, frutto di quella mente malata e contorta che voleva a tutti i costi fargli pensare male?
Dannatissima foto ...
Tommaso si alzó dal sedile e attraversò tutto il corridoio stretto dell'aereo.
Per un attimo si fermò davanti alla porta, quella da cui erano saliti e da cui sarebbero scesi. "Chissà cosa si prova a volare" pensó e per un istante, tra le idee confuse, gli apparve l'immagine di se che, dopo aver aperto lo sportellone, si sarebbe gettato giù nel vuoto.
E avrebbe spiccato il volo sul serio.
Si immaginó in contatto con l'aria, quasi quasi riusciva a toccare le nuvole. Sarebbe stato tutto più facile visto da quella prospettiva con il mondo e la sofferenza troppo lontani per afferrargli le caviglie e trascinarlo nelle loro grinfie.
Lontano da Gioia e da tutto il resto.
Poi sbattè gli occhi, scosse la testa e tornò alla realtà costringendo i piedi a portarlo in bagno piuttosto che a saltare e gettarlo nell'ignoto.

Arrivarono a casa alle sei di sera. Tommaso aveva portato le valigie di Gioia nella sua abitazione. Lei non sapeva come ringraziarlo e alla fine optó per un "Grazie" appena accennato. Non voleva che lui se ne andasse, adesso che era lì con lei. "Tommi ..." provó a cominciare, la sua idea era quella di proporgli di mangiare una pizza insieme. Magari così le acque si sarebbero calmate.
"Vado a fare un giro. Torno tra un po'" la interruppe lui.
"E dove vai? Dai che sono quasi le sette" lei gli toccò il braccio, una carezza leggera leggera. Dolce ma un po' incerta, quasi timorosa. Tommaso si staccó da quel tocco che lo fece rabbrividire e Gioia capì subito che stavolta, un suo sguardo addolorato, non avrebbe bastato a rimediare la faccenda.
"Devo schiarirmi le idee, Gio. Non ce la faccio a stare qui" e si dileguó in fretta senza nemmeno chiudersi la porta alle spalle.

Tommaso non era lucido. Aveva gli occhi rossi e pieni di lacrime. Tutto nel suo corpo era pesantemente afflosciato come se la gravità gli avesse voluto giocare un brutto scherzo schiacciandolo più che poteva a terra.
Da quando aveva lasciato casa di Gioia erano passate due ore e quel lasso di tempo l'aveva speso passando da un bar all'altro bevendo quello che gli capitava. Chissà perché però l'alcool questa volta non stava funzionando: di solito, le poche volte che provava, diventava felice. Questa volta invece aveva contribuito a peggiorare il suo umore.
Era incazzato nero.
Arrabbiato fino al midollo.
Triste.
Ansioso.
E tutta questa baraonda poteva contribuire a distruggere qualche altra vita oltre alla sua perché si era messo al volante. Aveva iniziato a guidare quasi inconsciamente diretto nella zona più squallida della sua cittadina: la parte di periferia dove le squillo lavoravano anche alla luce del giorno.
Ne adocchiò un paio, di presunte belle ragazze e mentre una di queste gli veniva incontro alzandosi il vestito mettendo ancora più in mostra la mercanzia, Tommaso si asciugó una lacrima che gli era scesa senza permesso lungo la guancia.
Quella donna, che forse davvero donna non era, forse non era nemmeno maggiorenne ma chi se ne fregava. Tommaso lasció che si affacciasse al finestrino e che lo guardasse esaminandolo da capo a piedi mentre pigramente scoppiava una gomma rosa che aveva tra le labbra.
"Poverino, sembra ridotto male" pensó lei. Quel ragazzo non le dispiaceva, il fisico era più che accettabile, ma i suoi occhi erano disperati e la macchina puzzava di birre e vodka appena consumate. Quasi quasi gli faceva pena, ma riflettendo sul quel pensiero ridicolo, lei si mise a ridere.
Che sciocca, lei era messa in una condizione molto peggiore rispetto a quella di quel figlio di papà ubriaco.
"Allora tesoro, come ti chiami?" Gli chiese sorridendogli mostrandogli una sfilza di denti imperfetti.
"Sali" disse Tommaso aprendole lo sportello del lato del passeggero.
"Peró, che fretta" scherzó lei salendo senza troppi complimenti.

Pochi metri più in là, Tommaso trovó uno spiazzo libero e isolato, perfetto per fare quello che aveva in mente di fare. Senza dare ascolto ai sensi di colpa e alla riluttanza nell'avere vicino quella sconosciuta disgustosa, le si fiondó addosso un po' tremante.
"Ei, ei rallenta. Ce li hai i soldi?"
"Questi bastano?" Tommaso abbassó il vano portaoggetti e le mostró una mazzetta di soldi contanti. Lei strabuzzó gli occhi soddisfatta.
"Allora il servizio completo. Ah e questo te lo offro io" gli disse facendogli l'occhiolino e gli slacciò i pantaloni abbassandosi sulle sue gambe con il viso. Tommaso poggió la testa sullo schienale del sedile e chiuse gli occhi. Forse se non l'avesse guardata non ci avrebbe nemmeno pensato.

Fecero l'amore. Macché amore, quello fu sesso senza sentimenti. Ogni tanto il rimorso e la vergogna facevano venire voglia a Tommaso di smettere ma a ogni "Vai, vai" di quella sgualdrina, lui prendeva quei sentimenti e li scalciava lontano affondando con più energia il suo essere dentro quello di lei. Avrebbe spento quell'interruttore che lo costringeva ad essere sempre buono ed amabile con tutti.
Addio cuore.
E addio cervello.

Alle dieci Gioia era pronta per andare a dormire. Si era messo il pigiama, quello coi coniglietti rosa che a lei piacevano tanto perché più li guardava e più la facevano ridere.
Stava per raggiungere la camera quando un fragore improvviso la fece sobbalzare. Qualcuno stava bussando alla porta con forza e con convinzione. Gioia aveva paura ma raccolse tutto il suo coraggio e andó a vedere chi fosse.
Magari era Flavia, ma la sua mente le faceva passare davanti agli occhi tutte le scene di film horror con la stessa dinamica che la stava vedendo come protagonista.
Raggiunse la porta, contó fino a tre e poi con uno scatto veloce abbassó la maniglia e aprì la porta.
Colui che si trovó davanti era un uomo che conosceva bene e tiró fuori un sospiro di sollievo portandosi una mano al cuore. "Tommi! Mi hai spaventata a morte. Che bisogno c'era di bussare in quel modo?"
Tommaso la guardó in maniera strana e pericolosa. Gioia capì subito che c'era qualcosa che non andava. "Tommi ..." disse incerta.
Lui si catapultó nella stanza e la prese con violenza trascinandola per il corridoio stringendole forte i bracci lungo i fianchi.
E la baciava come non aveva mai fatto, sbattendole i denti sulle labbra facendole sanguinare.
Le faceva male e Gioia era paralizzata, non sapeva cosa fare.
Che stava succedendo?
"Tommi ... ei, Tom ... mi fai male" ma lui non la stava ad ascoltare.
La costrinse ad andare in camera e la distese sul letto spogliandola dei pochi indumenti che aveva addosso.
Poi le si mise sopra con i vestiti ancora addosso, solo la cintura dei jeans slacciati e la cerniera aperta quanto bastava. La obbligò a stare ferma e a non urlare. "Zitta, sta zitta" la intimava scuotendole la testa sul cuscino.
La violentó.
Lui che l'amava tanto. Lui che si era promessa di proteggerla dai mostri e dai draghi, non aveva fatto i conti che un giorno ad esserle di pericolo sarebbe stato proprio se stesso.
Gioia quasi svenne per il dolore e per l'incredulità che provava. Il suo cuore quasi ebbe un infarto e il suo cervello andó in tilt non capendo del tutto quello che stava accadendo.
Aveva bevuto, era ubriaco e lei l'aveva intuito subito. Ed era diventato troppo violento per chiedergli di fermarsi. Quindi fece come gli aveva chiesto lui: stette zitta e lo fece fare, piangendo in silenzio senza nemmeno singhiozzare. Fortunatamente finì in fretta. Tommaso la bació mescolando la sua saliva con quella di lei ancora una volta, si rivestì e uscì dalla stanza barcollando. "Ti amo" le disse anche, nel dormiveglia del post sbronza.
Gioia rimase lì su quel letto disfatto e si raggomitoló su se stessa. Appena sentì la porta d'ingresso sbattere si mise a piangere singhiozzando forte.
Il gatto entró e le venne a fare le fusa. Lei se lo strinse tra le braccia alla ricerca di affetto e sicurezza.
"Perché?" Continuava a chiedersi.
Si addormentó con il volto bagnato dalle sue stesse lacrime.
L'ultima cosa che vide fu il suo pigiama accasciato a terra che la fissava, che la giudicava. Stavolta anche i coniglietti non le sorridevano più: piuttosto che un sorriso, sul loro volto, sembrava essere apparso un ghigno cattivo e privo di pietà.

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