La settimana passò velocemente. A scuola andava tutto bene, avevo conosciuto nuove persone che si erano comportate bene con me e che, per fortuna, non facevano parte del gruppo dei popolari.

Arrivò sabato. Melanie quella mattina mi aveva svegliato con un suo messaggio, ricordandomi che sarebbe stato il mio primo giorno di lavoro. Non credevo che chiamarlo lavoro  fosse appropriato, dopotutto non avevo un capo, una divisa o degli orari da rispettare ogni giorno, però era comunque un lavoretto. E a me ne serviva assolutamente uno.
Sapevo bene che, se la voce si fosse sparsa a scuola, avrebbero iniziato a prendermi in giro per il fatto che a me i soldi non mancavano. E non potevo dargli torto, ma ormai avevo quasi sedici anni e non volevo passare la vita ad essere mantenuta dai miei genitori. Anche perché, come avevo spiegato a Maya, avrei voluto trovarmi al più presto un appartamento come il suo, o almeno trovarlo prima di andare al college. Ero sicura che in miei si aspettavano che andassi ad Harvard o a Yale.
Io non ne ero poi così tanto sicura.

Melanie mi aveva detto di passare a casa sua verso le due e mezza, orario perfetto.
Isaac era uscito, mio padre era chiuso nel suo studio a fare chissà cosa e mia madre era appena uscita per delle commissioni. A quanto pare, a breve ci sarebbe stato una specie di evento a cui avrebbe dovuto partecipare per sostenere una sua vecchia amica e voleva presentarsi per bene. La cosa non mi sorprendeva più di tanto.

Dopo aver messo un jeans e una t-shirt, presi un cardigan nero e lo misi sopra. Indossai un paio di ballerine e lasciai i capelli sciolti. Finii di prepararmi e presi la borsa. Ero un po' agitata, non avevo mai fatto da babysitter, a parte quando avevo dodici anni ed ero dovuta rimanere mezz'ora con mia cugina, che allora aveva tre anni e che, tra l'altro, dormiva beatamente.

Uscii di casa e attraversai la strada fino alla fermata dell'autobus. Iniziò a piovere ed ero sicura che avrebbe potuto fare molta più acqua tra pochi istanti. Tirai un sospiro di sollievo quando riuscii a trovare un posto libero, al sicuro dall'acqua.

Quando scesi dall'autobus e raggiunsi la casa di Melanie, mi maledissi per non aver pensato di portare con me un ombrello. Avrebbe diluviato a momenti e sperai non continuasse fino a quella sera, dato che dovevo rimanere lì fino alle nove.

Il quartiere di Brooklyn dove abitava Melanie era uno dei pochi dove c'erano ancora case singole. Suonai al campanello non appena arrivai. La casa era molto graziosa, il giardino all'esterno non era molto grande, ma notai un albero di arance abbastanza basso e un'altalena un po' arrugginita lì accanto. La casa era di un colore tra il marrone e il rosso, forse era mogano.

Melanie non tardò ad aprire, sul suo viso c'era sempre lo stesso sorriso del giorno in cui l'avevo incontrata. Ammiravo le persone che, in un modo o nell'altro, riuscivano a sorridere sempre.

"Ciao tesoro, entra pure o ti bagnerai tutta!" esclamò. Strusciai le ballerine contro il tappeto davanti la porta, poi entrai. Il salone e la cucina erano vicini ed entrambi avevano il parquet. Erano arredamenti modernamente, eccetto per una vecchia libreria nel salotto.

"Haley, Sean!" urlò Melanie. "Venite, vi presento una persona."

Due bambini dai capelli biondi corsero verso di me. Ricordai che avevano solo sei anni.

"Wow, e tu chi sei?" mi chiese la bambina. Pensai che il colore dei capelli lo avesse preso dal padre, ma gli occhi erano uguali a quelli della madre.
Occhi che mi sembrava di aver già visto.

Mi abbassai e feci un sorriso alla bambina. "Io sono Faith e tu come ti chiami?"

"Io sono Haley!" disse entusiasta, poi indicò l'altro bambino. "E lui è il mio fratellino Sean."

"Ciao Sean" salutai, scompigliando i suoi capelli color limone.

"Hai portato le caramelle?" chiese sorridendo.

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