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Luigi Casati
La Moschea di vetro Un intrigo internazionale per la costruzione della moschea genovese Versione 10012009 Personaggi Panta capo investigativo - Zenit esperto in pedinamenti Blinda esperto video - Hertz esperto radiofrequenza Lupo l'apri porte (chiavaro) - Antani esperto elettronica Ombra esperto in irruzioni Lìder màximo - Massimo Dalleva capo del governo Colonnello Paolo Bartoli - Comandante R.O.N.O. Genova Mike Martin - contatto del servizio inglese MI6 Sherman O'Connors - responsabile CIA italiano Biasonti Claudio - Presidente regione Liguria Raschietto Mario - Segretario presidente Liguria Kalid Masshun - la colomba Haziz Hassam - il cattivo collega di Kalid Mohamed Azzam Waled - Imam della Moschea di Parigi Salah Salab Salah - Imam di Genova Ismail Azzam Waled - luogotenente di Al Qaeda Taahir Utah - agente infiltrato in Inghilterra Hammet Hassam - amico gestore del ristorante I fatti e i personaggi di questo racconto sono immaginari. Ogni riferimento alla realtà è da considerarsi puramente casuale. Era la notte del 30 maggio e da alcune ore le sfumature arancioni e violette del tramonto avevano abbandonato il cielo di Genova, lasciandolo preda del blu intenso della notte primaverile. L'ultimo quarto di luna rischiarava con la sua luce bianca gli oggetti, facendo sembrare più reali le ombre che le cose stesse. Il Maggiore nei Carabinieri Luigi Borghi alias Panta riattaccò preoccupato il ricevitore del telefono rosso sulla sua scrivania, dopo aver parlato col Primo Ministro, l'amico d'infanzia Massimo Dalleva. Si passò demoralizzato una mano tra i capelli castani. Ne aveva pochi bianchi vicino alle tempie nonostante fosse vicino ai quarant'anni, e si strofinò gli occhi color verde mare quasi volesse mentalmente vedere meglio la situazione. Il fisico snello testimoniava il suo amore per gli sport e in quel momento fremeva come se fosse sotto tensione per la partenza di una gara. Posò il suo sguardo su tutto quello che lo circondava. Si sentiva smarrito nel suo stesso ufficio, provava l'impressione di trovarsi in un ambiente estraneo e lo osservò come se dovesse vederlo per l'ultima volta. Esaminò i fogli con gli appunti dell'indagine sparsi sul fondo color mogano della scrivania. Era riuscito a mettere insieme le tessere del puzzle, seguendo come in una espressione matematica tutte le logiche conseguenze degli indizi che aveva raccolto. Ed era arrivato ad una conclusione diametralmente opposta a quella indicata dalle premesse di quindici giorni prima. Ma ora per quanto rigirasse gli indizi come se fossero le facce del cubo di Rubik, la soluzione che aveva per ultima intuita si presentava come l'unica possibile. Gli mancava di conoscere il perché, il movente che aveva causato tutta la catena di eventi che era riuscito a chiarire. Si domandò se interpretare senza conoscere i motivi era un vero comprendere o solo una banale descrizione del come si erano svolti i fatti. Si distrasse da quella insidiosa domanda. Osservò di fronte a sé la porta aperta che introduceva nel piccolo salotto che con la stanza da letto costituiva il lato privato del suo ufficio. L'altra porta sulla sua sinistra, quella che divideva il suo spazio dal corridoio comune della Sezione Operativa B1, la squadra d'Intelligence che coordinava e che era alle dirette dipendenze del Primo Ministro, era chiusa. Vedeva davanti a sé la libreria con gli amati libri di storia e filosofia, di spy story e di esoterismo. La porta finestra alla sua destra dava su un piccolo terrazzo da cui nelle giornate serene vedeva il mare distinguersi per le sfumature verdi dal cielo. Ora il Maggiore si sentiva completamente solo, qualcosa era crollato dentro di lui come quando finisce la fiducia in un amico. Il senso di vuoto che provava era enorme e la disillusione che avvertiva non riempiva quegli attimi. Sprofondò nella poltrona e per la prima volta si rese conto che un'epoca della sua vita era improvvisamente terminata. Sapeva bene quale era: l'età dell'amicizia vissuta come rifugio per il male di vivere. Ora rimaneva solo il fondo della realtà, e doveva percorrerlo senza nessun conforto, subendo le motivazioni concrete che erano universalmente considerate le uniche valide. L'esistenza che aveva condotto fino a quel momento e l'esempio che aveva dato a tutti gli altri sei componenti dell'Ufficio B1, rivelavano tutta la loro fragilità. No, non poteva essere, si disse, aveva capito male e interpretato peggio. Perché era stato invitato da solo, come da soli sono convocati i samurai quando devono fare harakiri? Aveva ottenuto di poter parlare urgentemente con il Primo Ministro in terra ligure chiedendogli spiegazioni sul senso della parola delfini. Quella parola era la chiave di volta nell'indagine, l'aveva pronunciato volutamente nella conversazione con il Primo Ministro per fargli intendere che tutti gli intrecci erano divenuti finalmente chiari.
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